venerdì 8 luglio 2011

GIORGIO VITTADINI

Luci e ombre della manovra

di Paolo Viana

07/07/2011 - I tagli alla sanità, le strette sulle pensioni, le nuove imposte... Su "Avvenire", il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà commenta la misura appena varata dal Governo

«Troppi tagli orizzontali in questa manovra». Luce e buio entrano decisi nell'analisi, anzi diciamo che vi irrompono come nel Caravaggio appeso a questo muro. «Quando tagli lo Stato centrale devi allargare gli spazi del terzo settore»: qui invece è la dialettica che si fa sintesi, come avveniva tra Peppone e don Camillo, altro poster che gli è caro (quasi) quanto quello del Gius. Il fondatore di Comunione e Liberazione campeggia sul muro, di fronte alla scrivania di Giorgio Vittadini, nello studio del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, al Carrobbio, pieno centro di Milano.

Sono ore di fuoco per la manovra. A caldo: promossa o bocciata?
Il rigore di Tremonti era necessario per salvare il Paese dalla deriva greca. Non posso però condividere i tagli orizzontali che penalizzano gli enti locali virtuosi per trattarli alla stregua di quelli che per decenni hanno governato a debito; non ci si può fermare sulla soglia dei costi della politica, non ci sono enti "intoccabili", come le Provincie o enti tenuti in vita solo per finanziare posti di lavoro.

Esiste ancora un blocco sociale statalista?
Come no? Ha ragione Tremonti: tagli selettivi sono impossibili con questa classe politica. Destra e sinistra sono partiti arlecchino dove trovano spazio i difensori del sindacalismo massimalista, delle caste degli intoccabili, delle imprese che si alimentano alla greppia della spesa pubblica, e anche chi vuole escludere dalla scuola negli anni a venire i giovani insegnanti con criteri estranei al merito. Mentre molti elettori temono "a prescindere" i tagli, pensando che allo snellimento dello Stato centrale non segua la costruzione di un nuovo welfare.

Ieri è scoppiato il caso dell'assistenza. Il governo si sta impegnando seriamente?
Non abbastanza, anche se la delega assistenziale, come certi spunti delle deleghe sul federalismo fiscale, contengono in nuce il nuovo Stato sociale sussidiario caro alla dottrina sociale della Chiesa perché mette al centro il valore della persona. Secondo il principio di sussidiarietà, le realtà sociali note come Terzo settore devono accrescere il proprio contributo. Questa è una strada obbligata per ogni governo che voglia il bene comune.

Concretamente, quali misure dovranno essere attuate nei prossimi anni?
Quelle misure, come il 5 per mille, la dote, i voucher e una detassazione "nel merito" cioè non indiscriminata, che permettono di finanziare le scelte del cittadino, che così può scegliere i servizi in base alle proprie esigenze. Questo andrebbe contro l'uso inefficiente e non equo delle risorse pubbliche, oltre a rispondere ad esigenze che diventano più complesse, come quelle sanitarie per via dell'innalzamento dell'aspettativa di vita.

In Italia, chi la pensa come Vittadini?
Ad esempio nel governo, Sacconi, nel sindacato Bonanni, tra i governatori Formigoni, ma non solo. In Parlamento, tutto l'Intergruppo per la sussidiarietà, che è trasversale. Bisogna aprire un discorso serio sul nuovo welfare, che potrebbe essere il terreno d'incontro dei riformisti di destra e sinistra, oggi zittiti dagli estremisti, quelli della politica urlata, dei talk show, anche di chi ha trasformato l'elezione del sindaco di Milano in un test di anticomunismo stile guerra fredda.

Come dire Berlusconi. Quindi il professor Vittadini voterà Formigoni alle primarie del PdL?
Quella di Formigoni è un'aspirazione personale, pur legittima. Per noi «le forze che cambiano la storia sono quelle che cambiano il cuore dell'uomo», come disse don Giussani: per cambiare le cose non basta cambiare leader. L'alternativa all'estremismo e a un bipolarismo ideologico che ci sta soggiogando, è la vita di tanti "io" che fanno esperienza di una corrispondenza tra i loro desideri e la realtà e perciò costruiscono opere che rispondono ai bisogni sociali, nel solco di solidarietà e sussidiarietà. "Più società, meno stato" come disse ancora Giussani: la politica è solo uno strumento che aiuta o ostacola questa creatività sociale ed economica.

Si direbbe un programma bell'e pronto per i "riformisti di destra e di sinistra". Ma a furia di esplorare i riformismi altrui non si corre il rischio di trovarsi con compagni di strada imbarazzanti?
Nessun imbarazzo a lavorare con chi ha il coraggio di difendere politiche riformiste che pongano l'uomo al centro. Questo è un tempo di condivisioni necessarie con tutti coloro che partendo da diverse posizioni culturali e politiche si battono per la sussidiarietà.
(da Avvenire, 7 luglio 2007)


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martedì 5 luglio 2011


2011-07-06 L'Osservatore Romano
Dietro una notizia pubblicata non c'è mai il fatto puro e semplice: c'è sempre anche una scelta, che determina cosa pubblicare e cosa non pubblicare "e sappiamo bene che le scelte delle priorità oggi sono spesso, in molti organi dell'opinione pubblica, molto discutibili". Non una lezione di giornalismo quanto piuttosto una riflessione sull'uso dei media quella proposta da Benedetto XVI stamane, martedì 5 luglio, durante la visita in occasione del centocinquantesimo anniversario del nostro quotidiano. Rispondendo al saluto rivoltogli a braccio dal direttore, il Pontefice ha letto solo il primo capoverso del discorso preparato per la circostanza, poi ha proseguito improvvisando, e soffermandosi in particolare sul ruolo dell'"Osservatore Romano" nel panorama dell'informazione internazionale. Di seguito pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI.
Cari fratelli e sorelle, sono lieto di potervi incontrare nella sede del quotidiano "L'Osservatore Romano", dove ogni giorno voi svolgete il vostro lavoro, un lavoro prezioso e qualificato, al servizio della Santa Sede. Vi saluto tutti con affetto. Saluto il Direttore, prof. Giovanni Maria Vian, il Vicedirettore, i redattori e tutta la grande famiglia di questo giornale. Pochi giorni fa, il 1° luglio, "L'Osservatore Romano" ha raggiunto il notevole traguardo dei 150 anni di vita. Vorrei dirvi di vero cuore come si fa in casa: buon compleanno! Questa ricorrenza suscita sentimenti di gratitudine e di legittima fierezza, ma, accanto alle commemorazioni particolari e solenni ho voluto venire anche qui, in mezzo a voi, per esprimere la mia riconoscenza a ciascuno di coloro che il giornale concretamente lo "fanno", con passione umana e cristiana e con professionalità. Da molto tempo ero realmente curioso di vedere come si fa oggi un giornale, dove nasce il giornale, e conoscere almeno per un momento le persone che fanno questo nostro giornale. Ho avuto adesso la gioia di scoprire il modo moderno, totalmente diverso da quello di cinquant'anni fa, in cui un giornale nasce. Esige molta più, diciamo, creatività umana che lavoro tecnico. E così questa "officina" è certamente dedicata al fare, ma prima, soprattutto, al conoscere, al pensare, al giudicare, al riflettere. Non è nemmeno solo una "officina": è soprattutto un grande osservatorio, come dice il nome. Osservatorio per vedere le realtà di questo mondo e informarci di queste realtà. Mi sembra che da questo osservatorio si vedano sia le cose lontane come quelle vicine. Lontane in un duplice senso: anzitutto lontane in tutte le parti del mondo, come sono le Filippine, l'Australia, l'America Latina; questo per me è uno dei grandi vantaggi dell'"Osservatore Romano", che offre realmente un'informazione universale, che realmente vede il mondo intero e non solo una parte. Per questo sono molto grato, perché normalmente nei giornali si danno informazioni, ma con una preponderanza del proprio mondo e ciò fa dimenticare molte altre parti della terra, che sono non meno importanti. Qui si vede qualcosa della coincidenza di Urbs et Orbis che è caratteristica della cattolicità e, in un certo senso, è anche una eredità romana: veramente vedere il mondo e non solo se stessi.
In secondo luogo, da questo osservatorio si vedono le cose lontane anche in un altro senso: "L'Osservatore" non rimane alla superficie degli avvenimenti, ma va alle radici. Oltre la superficie ci mostra le radici culturali e il fondo delle cose. È per me non solo un giornale, ma anche una rivista culturale. Ammiro come è possibile ogni giorno dare dei grandi contributi che ci aiutano a capire meglio l'essere umano, le radici da cui vengono le cose e come devono essere comprese, realizzate, trasformate. Ma questo giornale vede anche le cose vicine. Qualche volta è proprio difficile vedere vicino, il nostro piccolo mondo, che tuttavia è un mondo grande. C'è un altro fenomeno che mi fa pensare e del quale sono grato, cioè che nessuno può informare su tutto. Anche i mezzi più universalistici, per così dire, non possono dire tutto: è impossibile. È sempre necessaria una scelta, un discernimento. E perciò è decisivo nella presentazione dei fatti il criterio di scelta: non c'è mai il fatto puro, c'è sempre anche una scelta che determina che cosa appare e che cosa non appare. E sappiamo bene che le scelte delle priorità oggi sono spesso, in molti organi dell'opinione pubblica, molto discutibili. E "L'Osservatore Romano", come ha detto il Direttore, nella sua testata si è dato da sempre due criteri: Unicuique suum e Non praevalebunt. Questa è una sintesi caratteristica per la cultura del mondo occidentale. Da una parte, il grande diritto romano, il diritto naturale, la cultura naturale dell'uomo concretizzata nella cultura romana, con il suo diritto e il senso di giustizia; e dall'altra parte il Vangelo. Si potrebbe anche dire: con questi due criteri - quello del diritto naturale e quello del Vangelo - abbiamo come criterio la giustizia e, dall'altra parte, la speranza che viene dalla fede. Questi due criteri insieme - la giustizia che rispetta ognuno e la speranza che vede anche le cose negative nella luce di una bontà divina della quale siamo sicuri per la fede - aiutano ad offrire realmente un'informazione umana, umanistica, nel senso di un umanesimo che ha le sue radici nella bontà di Dio. E così non è solo informazione, ma realmente formazione culturale. Per tutto questo vi sono grato. Di cuore imparto a tutti voi, ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

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