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mercoledì 29 agosto 2012

Una certezza di fronte ad ogni situazione: il martirio di San Giovanni Battista

Oggi è la testimonianza di un  uomo certo perchè unito a Dio.
Il Papa ci introduce al fatto che questo significa un rapporto forte con Dio.
Il rapporto è dato dalla preghiera.
Il santo è quindi un maestro di preghiera.
Ma che fortuna avere proprio il figlio di Dio dopo di Lui a donarci la preghiera per eccellenza, il vero ed unico prototipo di preghiera !
 


BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Castel Gandolfo
Mercoledì, 29 agosto 2012

Il martirio di San Giovanni Battista
Cari fratelli e sorelle,
in quest’ultimo mercoledì del mese di agosto, ricorre la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista, il precursore di Gesù. Nel Calendario Romano, è l’unico Santo del quale si celebra sia la nascita, il 24 giugno, sia la morte avvenuta attraverso il martirio. Quella odierna è una memoria che risale alla dedicazione di una cripta di Sebaste, in Samaria, dove, già a metà del secolo IV, si venerava il suo capo. Il culto si estese poi a Gerusalemme, nelle Chiese d’Oriente e a Roma, col titolo di Decollazione di san Giovanni Battista. Nel Martirologio Romano, si fa riferimento ad un secondo ritrovamento della preziosa reliquia, trasportata, per l’occasione, nella chiesa di S. Silvestro a Campo Marzio, in Roma.
Questi piccoli riferimenti storici ci aiutano a capire quanto antica e profonda sia la venerazione di san Giovanni Battista. Nei Vangeli risalta molto bene il suo ruolo in riferimento a Gesù. In particolare, san Luca ne racconta la nascita, la vita nel deserto, la predicazione, e san Marco ci parla della sua drammatica morte nel Vangelo di oggi. Giovanni Battista inizia la sua predicazione sotto l’imperatore Tiberio, nel 27-28 d.C., e il chiaro invito che rivolge alla gente accorsa per ascoltarlo, è quello a preparare la via per accogliere il Signore, a raddrizzare le strade storte della propria vita attraverso una radicale conversione del cuore (cfr Lc 3, 4). Però il Battista non si limita a predicare la penitenza, la conversione, ma, riconoscendo Gesù come «l’Agnello di Dio» venuto a togliere il peccato del mondo (Gv 1, 29), ha la profonda umiltà di mostrare in Gesù il vero Inviato di Dio, facendosi da parte perché Cristo possa crescere, essere ascoltato e seguito. Come ultimo atto, il Battista testimonia con il sangue la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione. San Beda, monaco del IX secolo, nelle sue Omelie dice così: San Giovanni Per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità. (cfr Om. 23: CCL 122, 354). E non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità. Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio.
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza. Giovanni è il dono divino lungamente invocato dai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta (cfr Lc 1,13); un dono grande, umanamente insperabile, perché entrambi erano avanti negli anni ed Elisabetta era sterile (cfr Lc 1,7); ma nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,36). L’annuncio di questa nascita avviene proprio nel luogo della preghiera, al tempio di Gerusalemme, anzi avviene quando a Zaccaria tocca il grande privilegio di entrare nel luogo più sacro del tempio per fare l’offerta dell’incenso al Signore (cfr Lc 1,8-20). Anche la nascita del Battista è segnata dalla preghiera: il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria eleva al Signore e che recitiamo ogni mattina nelle Lodi, il «Benedictus», esalta l’azione di Dio nella storia e indica profeticamente la missione del figlio Giovanni: precedere il Figlio di Dio fattosi carne per preparargli le strade (cfr Lc 1,67-79). L’esistenza intera del Precursore di Gesù è alimentata dal rapporto con Dio, in particolare il periodo trascorso in regioni deserte (cfr Lc 1,80); le regioni deserte che sono luogo della tentazione, ma anche luogo in cui l’uomo sente la propria povertà perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso. Ma Giovanni Battista non è solo uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche una guida a questo rapporto. L’Evangelista Luca riportando la preghiera che Gesù insegna ai discepoli, il «Padre nostro», annota che la richiesta viene formulata dai discepoli con queste parole: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr Lc 11,1).
Cari fratelli e sorelle, celebrare il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio. La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio. San Giovanni Battista interceda per noi, affinché sappiamo conservare sempre il primato di Dio nella nostra vita. Grazie.

lunedì 25 ottobre 2010

Ma, per salire al Cielo, la preghiera deve partire da un cuore umile, povero

Insegnamento sulla preghiera e sulla comunione




CAPPELLA PAPALE PER LA CONCLUSIONE DELL'ASSEMBLEA SPECIALE DEL SINODO DEI VESCOVIPER IL MEDIO ORIENTE
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica VaticanaDomenica, 24 ottobre 2010


Venerati Fratelli,illustri Signori e Signore,cari fratelli e sorelle!
A distanza di due settimane dalla Celebrazione di apertura, ci siamo radunati nuovamente nel giorno del Signore, intorno all’Altare della Confessione della Basilica di San Pietro, per concludere l’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Nei nostri cuori c’è una profonda gratitudine a Dio che ci ha donato questa esperienza davvero straordinaria, non solo per noi, ma per il bene della Chiesa, del Popolo di Dio che vive nelle terre tra il Mediterraneo e la Mesopotamia. Come Vescovo di Roma, desidero partecipare questa riconoscenza a voi, venerati Padri sinodali: Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi. Ringrazio in particolare il Segretario Generale, i quattro Presidenti Delegati, il Relatore Generale, il Segretario Speciale e tutti i collaboratori, che in questi giorni hanno lavorato senza risparmio.
Stamani abbiamo lasciato l’Aula del Sinodo e siamo venuti “al tempio per pregare”; per questo, ci riguarda direttamente la parabola del fariseo e del pubblicano raccontata da Gesù e riportata dall’evangelista san Luca (cfr 18,9-14). Anche noi potremmo essere tentati, come il fariseo, di ricordare a Dio i nostri meriti, magari pensando all’impegno di queste giornate. Ma, per salire al Cielo, la preghiera deve partire da un cuore umile, povero. E quindi anche noi, al termine di questo evento ecclesiale, vogliamo anzitutto rendere grazie a Dio, non per i nostri meriti, ma per il dono che Lui ci ha fatto. Ci riconosciamo piccoli e bisognosi di salvezza, di misericordia; riconosciamo che tutto viene da Lui e che solo con la sua Grazia si realizzerà quanto lo Spirito Santo ci ha detto. Solo così potremo “tornare a casa” veramente arricchiti, resi più giusti e più capaci di camminare nelle vie del Signore.
La prima lettura e il Salmo responsoriale insistono sul tema della preghiera, sottolineando che essa è tanto più potente presso il cuore di Dio quanto più chi prega è in condizione di bisogno e di afflizione. “La preghiera del povero attraversa le nubi”, afferma il Siracide (35,21); e il salmista aggiunge: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, / egli salva gli spiriti affranti” (34,19). Il pensiero va a tanti fratelli e sorelle che vivono nella regione mediorientale e che si trovano in situazioni difficili, a volte molto pesanti, sia per i disagi materiali, sia per lo scoraggiamento, lo stato di tensione e talvolta di paura. La Parola di Dio oggi ci offre anche una luce di speranza consolante, là dove presenta la preghiera, personificata, che “non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità” (Sir 35,21-22). Anche questo legame tra preghiera e giustizia ci fa pensare a tante situazioni nel mondo, in particolare nel Medio Oriente. Il grido del povero e dell’oppresso trova un’eco immediata in Dio, che vuole intervenire per aprire una via di uscita, per restituire un futuro di libertà, un orizzonte di speranza.
Questa fiducia nel Dio vicino, che libera i suoi amici, è quella che testimonia l’apostolo Paolo nell’epistola odierna, tratta dalla Seconda Lettera a Timoteo. Vedendo ormai prossima la fine della vita terrena, Paolo traccia un bilancio: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tm 4,7). Per ognuno di noi, cari fratelli nell’episcopato, questo è un modello da imitare: ci conceda la Bontà divina di fare nostro un simile consuntivo! “Il Signore – prosegue san Paolo – mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero” (2 Tm 4,16-17). E’ una parola che risuona con particolare forza in questa domenica in cui celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale! Comunione con Gesù crocifisso e risorto, testimonianza del suo amore. L’esperienza dell’Apostolo è paradigmatica per ogni cristiano, specialmente per noi Pastori. Abbiamo condiviso un momento forte di comunione ecclesiale. Ora ci lasciamo per tornare ciascuno alla propria missione, ma sappiamo che rimaniamo uniti, rimaniamo nel suo amore.
L’Assemblea sinodale che oggi si chiude ha tenuto sempre presente l’icona della prima comunità cristiana, descritta negli Atti degli Apostoli: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). E’ una realtà sperimentata nei giorni scorsi, in cui abbiamo condiviso le gioie e i dolori, le preoccupazioni e le speranze dei cristiani del Medio Oriente. Abbiamo vissuto l’unità della Chiesa nella varietà delle Chiese presenti in quella Regione. Guidati dallo Spirito Santo, siamo diventati “un cuore solo e un’anima sola” nella fede, nella speranza e nella carità, soprattutto durante le Celebrazioni eucaristiche, fonte e culmine della comunione ecclesiale, come pure nella Liturgia delle Ore, celebrata ogni mattina in uno dei 7 Riti cattolici del Medio Oriente. Abbiamo così valorizzato la ricchezza liturgica, spirituale e teologica delle Chiese Orientali Cattoliche, oltre che della Chiesa Latina. Si è trattato di uno scambio di doni preziosi, di cui hanno beneficiato tutti i Padri sinodali. E’ auspicabile che tale esperienza positiva si ripeta anche nelle rispettive comunità del Medio Oriente, favorendo la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche degli altri Riti cattolici e quindi ad aprirsi alle dimensioni della Chiesa universale.
La preghiera comune ci ha aiutato anche ad affrontare le sfide della Chiesa Cattolica
nel Medio Oriente. Una di esse è la comunione all’interno di ogni Chiesa sui iuris, come pure nei rapporti tra le varie Chiese Cattoliche di diverse tradizioni. Come ci ha ricordato l’odierna pagina del Vangelo (cfr Lc 18,9-14), abbiamo bisogno di umiltà, per riconoscere i nostri limiti, i nostri errori ed omissioni, per poter veramente formare “un cuore solo e un’anima sola”. Una più piena comunione all’interno della Chiesa Cattolica favorisce anche il dialogo ecumenico con le altre Chiese e Comunità ecclesiali. La Chiesa Cattolica ha ribadito anche in quest’Assise sinodale la sua profonda convinzione di proseguire tale dialogo, affinché si realizzi compiutamente la preghiera del Signore Gesù “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21).
Ai cristiani nel Medio Oriente si possono applicare le parole del Signore Gesù: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Infatti, anche se poco numerosi, essi sono portatori della Buona Notizia dell’amore di Dio per l’uomo, amore che si è rivelato proprio in Terra Santa nella persona di Gesù Cristo. Questa Parola di salvezza, rafforzata con la grazia dei Sacramenti, risuona con particolare efficacia nei luoghi in cui, per divina Provvidenza, è stata scritta, ed è l’unica Parola in grado di rompere il circolo vizioso della vendetta, dell’odio, della violenza. Da un cuore purificato, in pace con Dio e con il prossimo, possono nascere propositi ed iniziative di pace a livello locale, nazionale ed internazionale. In tale opera, alla cui realizzazione è chiamata tutta la comunità internazionale, i cristiani, cittadini a pieno titolo, possono e debbono dare il loro contributo con lo spirito delle beatitudini, diventando costruttori di pace ed apostoli di riconciliazione a beneficio di tutta la società.
Da troppo tempo nel Medio Oriente perdurano i conflitti, le guerre, la violenza, il terrorismo. La pace, che è dono di Dio, è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali ed internazionali, in particolare degli Stati più coinvolti nella ricerca della soluzione dei conflitti. Non bisogna mai rassegnarsi alla mancanza della pace. La pace è possibile. La pace è urgente. La pace è la condizione indispensabile per una vita degna della persona umana e della società. La pace è anche il miglior rimedio per evitare l’emigrazione dal Medio Oriente. “Chiedete pace per Gerusalemme” – ci dice il Salmo (122,6). Preghiamo per la pace in Terra Santa. Preghiamo per la pace nel Medio Oriente, impegnandoci affinché tale dono di Dio offerto agli uomini di buona volontà si diffonda nel mondo intero.
Un altro contributo che i cristiani possono apportare alla società è la promozione di un’autentica libertà religiosa e di coscienza, uno dei diritti fondamentali della persona umana che ogni Stato dovrebbe sempre rispettare. In numerosi Paesi del Medio Oriente esiste la libertà di culto, mentre lo spazio della libertà religiosa non poche volte è assai limitato. Allargare questo spazio di libertà diventa un’esigenza per garantire a tutti gli appartenenti alle varie comunità religiose la vera libertà di vivere e professare la propria fede. Tale argomento potrebbe diventare oggetto di dialogo tra i cristiani e i musulmani, dialogo la cui urgenza ed utilità è stata ribadita dai Padri sinodali.
Durante i lavori dell’Assemblea è stata spesso sottolineata la necessità di riproporre il Vangelo alle persone che lo conoscono poco, o che addirittura si sono allontanate dalla Chiesa. Spesso è stato evocato l’urgente bisogno di una nuova evangelizzazione anche per il Medio Oriente. Si tratta di un tema assai diffuso, soprattutto nei Paesi di antica cristianizzazione. Anche la recente creazione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione risponde a questa profonda esigenza. Per questo, dopo aver consultato l’episcopato del mondo e dopo aver sentito il Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, ho deciso di dedicare la prossima Assemblea Generale Ordinaria, nel 2012, al seguente tema: “Nova evangelizatio ad christianam fidem tradendam - La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”.
Cari fratelli e sorelle del Medio Oriente! L’esperienza di questi giorni vi assicuri che non siete mai soli, che vi accompagnano sempre la Santa Sede e tutta la Chiesa, la quale, nata a Gerusalemme, si è diffusa nel Medio Oriente e in seguito nel mondo intero. Affidiamo l’applicazione dei risultati dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente, come pure la preparazione di quella Generale Ordinaria, all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della Pace. Amen.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

giovedì 8 luglio 2010

Sulmona:il Papa con i giovani

"Sì, la memoria storica è veramente una “marcia in più” nella vita, perché senza memoria non c’è futuro...."

"il cristiano è uno che ha buona memoria, che ama la storia e cerca di conoscerla."

"come si può riconoscere la chiamata di Dio? Ebbene, il segreto della vocazione sta nella capacità e nella gioia di distinguere, ascoltare e seguire la sua voce"

"il segreto della vocazione sta nel rapporto con Dio, nella preghiera che cresce proprio nel silenzio interiore, nella capacità di ascoltare che Dio è vicino

Cari giovani: trovate sempre uno spazio nelle vostre giornate per Dio, per ascoltarlo e parlargli!


Stare con Dio, ascoltare la sua Parola, nel Vangelo, nella liturgia della Chiesa, difende dagli abbagli dell’orgoglio e della presunzione, dalle mode e dai conformismi, e dà la forza di essere veramente liberi, anche da certe tentazioni mascherate da cose buone


come possiamo essere “nel” mondo ma non “del” mondo? Vi rispondo: proprio grazie alla preghiera, al contatto personale con Dio.

Non si tratta di moltiplicare le parole – lo diceva già Gesù –, ma di stare alla presenza di Dio, facendo proprie, nella mente e nel cuore, le espressioni del “Padre Nostro”, che abbraccia tutti i problemi della nostra vita, oppure adorando l’Eucaristia, meditando il Vangelo nella nostra stanza, o partecipando con raccoglimento alla liturgia.

Gli eremi e i monasteri sono oasi e sorgenti di vita spirituale da cui tutti possono attingere


Dio è la perla preziosa che dà valore a tutto il resto: alla famiglia, allo studio, al lavoro, all’amore umano… alla vita stessa. Avete capito che Dio non vi toglie nulla, ma vi dà il “centuplo”

lunedì 15 marzo 2010

Come passare dal Buddhismo al Cristianesimo

14 Marzo 2010
LE STORIE
Da guru buddista ad asceta cristiano
«Kyrie Jesu Christe Eleison». Le labbra s’incurvano ma lo sguardo resta fisso sull’incenso che ci vela l’uno all’altro. «Kyrie Jesu Christe Eleison»: chissà quale ricordo calamita i suoi occhi verdi, se i roghi di Benares o le conferenze di Jasper, le sterminate pellicole di Ejzenštein, il zazen o il Paramatma, la scintilla di Shiva… Forse li cattura un riverbero antico: la neve delle Orobie non è diversa da quella dell’Appenzell, quando il "maestro" era ancora Hanspeter.

Sessant’anni dopo, Masterbee non è più un guru buddista. Dal cristianesimo alle filosofie orientali e ritorno: oggi esplora la spiritualità asiatica alla luce del Vangelo. Semplificando molto, si potrebbe definire l’anti-Terzani: stessa barba candida e un periplo attraverso il pensiero orientale e la tradizione filosofica dell’Occidente, ma con un approdo ben diverso. Quello del mistico svizzero è Gesù Cristo. «Kyrie Jesu Christe Eleison»: chissà se ancora è di fronte a me, in questa baita, o se stia vivendo una delle sue esperienze extracorporee. «Kyrie Jesu Christe Eleison»: seduto nella posizione del loto, recita all’infinito la Preghiera del cuore, il suo mantra cristiano

«È la preghiera di Gesù – dice –. Lo chiamo Jesus Mantra per parlarne ai giovani, ma non va frainteso. L’Occidente crede che il mantra sia solo la ripetizione monologica degli orientali; invece questa parola significa anche "preghiera". Rispetto ai mantra asiatici, che hanno una funzione psicologica, il Jesus Mantra offre, tramite la Grazia, una via di redenzione spirituale». La perpetuazione della preghiera di Gesù degli ortodossi – «Kyrie Jesu Christe Eleison», appunto – in questa interpretazione riprende e capovolge la dinamica del mantra buddista. «Nella mistica cristica – argomenta ancora – l’energia non sale dal basso, dal "sé", ma scende dall’alto, dalla luce di Cristo, e produce una trasformazione spirituale, che include il corpo».

Qualcosa di simile alle estasi di Santa Teresa di Avila. «L’Occidente conosce il sé – aggiunge – ma l’Asia ha scoperto come sperimentarlo attraverso la meditazione profonda». Il discorso, naturalmente, riguarda le vere filosofie orientali e non il "supermercato spirituale" che attira masse di giovani in cerca di risposte facili. «Lo yoga tantrico non è il Bengodi del sesso, ma ha una forte caratura morale ed è una condizione in cui può operare la Grazia, portandoci alla fede cristiana». O riportarvici. Sulle rive del Gange, fu proprio uno swami a incoraggiare Masterbee a tornare «là da dove sei venuto».

Il santone errante aveva visto giusto: «La conversione mi ha mostrato l’impossibilità delle altre religioni di essere salvifiche, anche quando contengono i semi di Dio, come riconosce il Concilio con la Nostra Aetate. Se è pur vero che nel mondo tutto è in relazione, l’intervento di Cristo modifica la realtà e ciò pone un limite alla meditazione del profondo. Essa conduce all’autotrascendenza, fenomeno umano e non divino, e il cristiano può servirsene, ma deve trascendere il metodo con la fede e nessuna tecnica può aiutarlo, perché la salvezza giunge a lui dall’intervento salvifico della Grazia che Gesù Cristo porta nella storia umana e personale».

La riflessione si fa sempre più intima: «Quando si riceve la fede è come se si modificasse in luce e amore la realtà intorno a noi e in noi. Il Vangelo usa il verbo eghéneto per esprimere l’accadere della salvezza e la sua gratuità». Sta raccontando la propria rinascita: «Sono tornato al cristianesimo dopo aver sperimentato il male che lotta contro Cristo, liberandomi dalle tradizioni che si opponevano con grande potenza al mio ritorno». Il background scientifico lo porta a parlare di Dio in termini di luce, di energia, di cosmologia, ma la sua fede è tersa come quella di un bambino: «Non esiste energia più grande dell’amore che promana dalla Resurrezione: è l’unica realtà che trasformi il mondo ed è solo latente nelle religioni orientali, che sono tutte circolari, fanno parte del ciclo del divenire.

Solo la Trinità non finisce». A Masterbee e a Kicka – artista, moglie e discepola – sono occorsi anni per abbandonare le tecniche orientali. Oggi, insieme, mettono la meditazione profonda al servizio della fede attraverso la Preghiera del cuore. Che è silenzio interiore – «Ha un incommensurabile potere trasformante della psiche dell’uomo» – ma non solo: «Quando prego deve avvenire in me una modificazione psicologica e spirituale interiore. Persino nell’adorazione eucaristica se non trascendiamo diventiamo idolatri, perché restiamo nel guscio dell’io egocentrico. Se contemplo l’Ostia devo andare in unione profonda con Colui che è in essa».

Mi assale il timore di una deriva sincretistica: è il "pregiudizio" di cui parla padre Raniero Cantalamessa nella prefazione alla prima opera del mistico svizzero (Mendicante di luce, San Paolo 2006), dove paragona la conversione di Masterbee e Kicka a quella di Agostino. Nel pensiero dell’ex guru ci sono anche Maestro Eckhart, san Giovanni della Croce, se non l’anonimo della Nube della non conoscenza e le sue convergenze ante litteram con il mondo zen.

La Preghiera del cuore è altra cosa dai mantra del buddismo mahayana come da quelli induisti, in quanto «si basa su una Rivelazione storica, mentre Krishna e Shiva discendono da una rivelazione mitica».

Nel mantra induista, poi, «la divinità adorata resta un’essenza auto-trascendente» mentre il cristiano non perde mai il contatto con la Rivelazione. «Certo, le religioni asiatiche sfruttano le infinite capacità della mente, che è uno strumento e un limite»: sta confessando quanto sia stato difficile abbandonare le formule della tradizione orientale senza cadere nel sincretismo. Non ci sarebbe riuscito senza la Preghiera di Gesù: «Signore Gesù Cristo misericordia», cioè «Kyrie Jesu Christe Eleison».

L’invocazione degli ortodossi, pronunciata incessantemente con devozione e umiltà, permette di acquisire lo Spirito Santo e purifica anima e corpo. «Nella tradizione bizantina il corpo non è un nemico ma un alleato dell’anima. L’ascesi ortodossa è integrata con il cosmo e la natura, diversamente dalla tradizione occidentale»: anche il Jesus Mantra permette di raggiungere l’armonia tra corpo, mente e spirito, tuttavia, avverte, «l’orazione cristiana del profondo tramite il nome divino non può essere confusa con altri metodi di meditazione, poiché il Sé viene redento tramite la fede e non è invece la meta ultima». Lo sguardo si sposta sulla Chiesa: il carisma della spiritualità contemplativa è sempre più raro – annota – e, soprattutto ai giovani, occorre «una rieducazione alla vita spirituale e religiosa, perché c’è la tendenza a confondere i due piani».

Mentre parliamo appare Kicka in sari nero e sembra veramente uscita, come dice lui, da un quadro di Böcklin. La conversione ha lasciato il segno nella loro arte: gli psicocosmogrammi buddisti appartengono al passato, come i mahakala e i mandala, mutuati dalle tibetane. Kicka scolpisce la sofferenza della Croce e nelle neoiconografie di Masterbee tutto parla del Cristo. Del passato resta il bisogno di un confronto, perché «nessuno è fuori dal disegno salvifico di Dio».

Né il buddista che «non crede in un dio personale», né l’induista «che crede in un dio, seppur mitico». Il New age, invece, è «un pericolo» e lo yoga «può portare alla soggettività, base psicologica del relativismo». La risposta alle filosofie orientali «protese oltre l’ego» è una sola, la preghiera del profondo e «la resa incondizionata dell’ego a Cristo». Vale a dire questo suo silenzio orante: «Kyrie Jesu Christe Eleison».
Paolo Viana