lunedì 5 marzo 2012

Monti vuole “abolire” Dio? E i cosiddetti “ministri cattolici” approvano…


Posted: 04 Mar 2012 02:14 AM PST

Monte Mario è una collinetta che sovrasta il Vaticano. Non vorrei che Monti Mario pretendesse di sovrastare Dio stesso, spazzando via, con un codicillo, quattromila anni di civiltà giudaico-cristiana (e pure islamica) imperniata sul giorno del Signore, "Dies Dominicus".

Comandamento divino, nel Decalogo di Mosè, che è diventato il ritmo della civiltà anche laica, dappertutto. Perfino in Cina.

Il codicillo del governo che "abolisce" Dio (o meglio abolisce il diritto di Dio che è stato il primo embrione dei diritti dell'uomo, come vedremo) è l'articolo 31 del "decreto salva Italia".

Dove praticamente si decide che dovunque si possono aprire tutti gli esercizi commerciali 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Norma che finirà per allargarsi anche all'industria nella quale già è presente questa spinta.

Dunque produrre, vendere e comprare a ciclo continuo. Senza più distinzione fra giorni feriali e festivi (Natale compreso), fra giorno e notte, fra mattina e sera.

Sembra una banale norma amministrativa, invece è una svolta di (in)civiltà perché abolendo la festa comune – e i momenti comuni della giornata – distrugge non solo il fondamento della comunità religiosa, ma l'esperienza stessa della comunità, qualunque comunità, dalla famiglia a quella amicale e ricreativa dello stadio.

Distrugge la sincronia sociale dei tempi comuni e quindi l'appartenenza a un gruppo, a un popolo. Per questo c'è l'opposizione indignata della Chiesa e dei sindacati (pure di associazioni di commercianti).

La cosa infatti non riguarda solo chi – per motivi religiosi – vede praticamente abolita la domenica, il giorno del Signore (per i cristiani è memoria della Resurrezione di Cristo e simbolo dell'Eterno in cui sfocerà il tempo).

Riguarda tutti, ci riguarda come famiglie, come comunità locali o particolari. Infatti è vero che ci sono lavori di necessità sociale che sempre sono stati fatti anche la domenica (pure il commercio in località turistiche e in tempi di vacanza). Ma è proprio l'eccezione che conferma la regola.

La regola di un giorno di festa comune, non individuale, ma comune (sia per la liturgia religiosa che per le liturgie laiche), è infatti ciò che ci permette di riconoscerci.

Ciò che consente di stare insieme ai figli, di vedere gli amici (allo stadio, al mare, in campagna, in bici, a caccia), di ritrovarsi con i parenti, di dar vita ai tanti momenti comuni o associativi.

Se ai ritmi individuali già forsennati della vita si toglie anche l'unico momento comune della festa settimanale (o, per esempio, del "dopocena"), le famiglie ne escono veramente a pezzi. Tutti diventano conviventi notturni casuali come i clienti di un albergo.

E si dissolvono i "corpi intermedi", i gruppi e le associazioni in cui l'individuo si realizza.

Il giorno di festa comune ci ricorda infatti che non siamo solo individui, ma persone con relazioni e rapporti affettivi. Non siamo solo produttori/consumatori, ma siamo padri, madri, figli, fidanzati, siamo amici, siamo appassionati di questo o di quello, apparteniamo a gruppi, comunità, a un popolo.

Il "giorno del Signore" nasce quattromila anni fa per affermare che tutto appartiene a Dio. Ed è significativo che il comandamento del riposo che fu dato da Dio nella Sacra Scrittura riguardasse – in quell'antichissima civiltà – anche servi, schiavi e animali: era il primo embrione in forma di legge di una liberazione, di un riconoscimento della dignità di tutti, che poi si sarebbe affermato col cristianesimo.

Proclamare il diritto di Dio come diritto al riposo per tutti (e addirittura riposo comune) significava cominciare a far capire che niente e nessuno può arrogarsi un potere assoluto sulle creature.

Perché tutti hanno una dignità e perfino gli animali vanno rispettati. Come pure la terra (i ritmi della terra) che non può essere sfruttata senza riguardo.

Non a caso, proprio sul ritmo settenario della settimana, Dio, nella Sacra Scrittura, comanda al suo popolo quegli anni "sabbatici", che corrispondevano al "giorno del Signore", per cui ogni sette, c'era un anno in cui si liberavano gli schiavi, si condonavano i debiti e si faceva riposare la terra.

Questo è il retroterra storico della "Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro" che è stata indetta oggi, in dodici paesi europei.

E' promossa dalla "European Sunday alliance" a cui aderiscono 80 organizzazioni, non solo chiese e comunità religiose (in qualche paese pure ebraica e musulmana), ma anche – e soprattutto – sindacati dei lavoratori e associazioni dei commercianti.

Un'inedita coalizione impegnata in una battaglia anche laica. Battaglia di civiltà come fu quella per la giornata otto ore all'albore del movimento sindacale: infatti si cita come esemplare il caso delle lavoratrici rumene di una catena di supermercati tedeschi che a Natale e Capodanno scorsi si sono ribellate al lavoro festivo e hanno vinto.

Fra l'altro la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato anticostituzionale l'apertura festiva perché lede la libertà religiosa e il diritto al riposo: la vita dell'uomo non è solo comprare e vendere. Perché non siamo schiavi.

La situazione italiana si annuncia come la più dura. Infatti "in nessun Paese europeo esiste che i negozi stanno aperti 24 ore al giorno  e sette giorni su sette", dichiara ad "Avvenire" il sindacalista della Cisl Raineri. Oltretutto con una decisione piombata dall'alto.

Cgil, Cisl e Uil stamattina distribuiscono un volantino dove si legge: "Oggi non fare shopping! La domenica non ha prezzo".

I sindacati dicono che sarebbero soprattutto le donne a pagare il prezzo più duro perché sono quasi il 70 per cento del personale nel commercio e sono quelle che già oggi soffrono di più la difficile armonizzazione dei "tempi di lavoro" con la famiglia.

E' anche provato, dagli esperimenti fatti finora, che questa devastante trovata non avrebbe alcun beneficio né sull'occupazione, né sui consumi, infatti la gente non compra perché è tartassata dallo stato e dalla recessione, non perché il supermercato è chiuso alla domenica.

Infatti la Regione Lombardia ha già annunciato ricorso alla Corte Costituzionale contro la norma "ammazza domeniche". E la seguono a ruota Toscana e Veneto.

Il mondo cattolico giudica inaccettabile quella norma ed è in subbuglio.

Ora agli italiani, oltre ai soldi, pretendono di sottrarre pure Dio e la domenica. La Chiesa si sente "derubata" di una cosa assai più preziosa dei soldi che dovrà pagare per l'Imu (a proposito della quale non è affatto chiaro se e come le scuole cattoliche si salveranno).

Già la presunzione di Monti nel chiamare "salva Italia" il suo decreto tartassatorio, oltreché irridente è quasi blasfema. Per i cristiani infatti a "salvare" è solo Dio.

Non imperatori, tecnocrati, partiti, condottieri, duci o idoli vari. Al sedicente "salvatore" SuperMario si addice la battuta: "Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati".

Non è un caso se ieri questa decisione del "governo mari e Monti" è stata fulminatanell'editoriale di Avvenire come "emblematica di una deriva culturale, un nuovo 'pensiero unico' che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa".

"Avvenire" (che ieri, con una bella pagina, ha fornito tutte le informazioni sull'iniziativa di oggi) denuncia il "ribaltamento di valore" che spazza via l'uomo e il giorno del Signore e "mette al centro la merce".

Sacrosanto. Ma allora perché sostenere entusiasti questo governo e far accreditare perfino l'idea che esso segni il "ritorno alla politica" dei cattolici?

Vorrei chiedere pure ai cosiddetti "ministri cattolici" Riccardi, Passera e Ornaghi: com'è stato possibile approvare entusiasticamente una tale assurdità?

Perché una poltroncina val bene una messa? Speriamo di no. Ma se non è così si oppongano a questa norma. Si facciano sentire.


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"Dio non si lascia mai vincere in generosità". I missionari ci spiegano perché convertirci a Cristo

Posted: 01 Mar 2012 03:16 AM PST

Padre Piero Gheddo, oltre che un mio grandissimo amico, è una figura straordinaria per la sua fede cristiana luminosa, entusiasta e intelligente. Anche oggi, a 83 anni, trasmette questa sua letizia.

Per decenni, da direttore della rivista del Pime, Mondo e missione, e anche dopo, è stato – ed è tuttora – la voce in Italia dei missionari sparsi in tutto il mondo, che ha instancabilmente girato.

Spesso è stato il primo a riferire di tragedie che si stavano consumando nell'indifferenza dell'Occidente (penso, a quello che accadde in Indocina, negli anni Settanta).

In questo articolo – dove riferisce il racconto di un missionario, padre Giuseppe Fumagalli - ci spiega cosa significa convertirci al cristianesimo. Vi consiglio di leggerlo.

antonio socci

                                °                       °                         °                      °

Mancano quaranta giorni alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo ad una vita nuova. Il Vangelo di San Marco, col quale inizia la Quaresima, ci presenta Gesù che, dopo l'arresto di Giovanni il Battista, va nel deserto e vi passa quaranta giorni di preghiera, di tentazioni e di digiuno; poi, percorre i villaggi della Galilea annunziando il suo messaggio: "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo" (Marco 1, 12-15).

E' il messaggio che la Chiesa rilancia nella Quaresima ed è anche l'essenza del cristianesimo: credere in Cristo e nel suo Vangelo e convertire la nostra vita quotidiana alla vita nuova che il Vangelo ci propone.

Nel mondo non cristiano, dove i missionari vivono e lavorano, è chiaro cos'è il cristianesimo: il passaggio dalla religione tradizionale alla fede e alla vita in Cristo, unico Salvatore dell'uomo e dell'umanità.

Il "primo annunzio" ai non cristiani è veramente l'annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Ma, in concreto,  cosa significa "convertirsi a Cristo?".

Ho fatto questa domanda a un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che da quarantatre anni vive fra i "felupe" nel nord della Guinea Bissau, una tribù nuova, dove il Vangelo è stato portato negli anni cinquanta dal suo predecessore padre Spartaco Marmugi.

Siamo in una situazione missionaria: il primo annunzio del Vangelo ai pagani. La predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù: "Convertitevi e credete al Vangelo".

Padre Zé (Giuseppe) dice:

"La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi.

Chi decide di convertirsi sa che deve perdonare le offese, abbandonare ogni sentimento di vendetta; lasciare il culto degli spiriti, non credere più agli stregoni; avere una sola moglie ed esserle fedele, amare e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ecc.

Il catecumeno sa che spesso va incontro alla persecuzione o alla marginalizzazione nel villaggio, perché va contro-corrente rispetto alla comunità in cui vive.

Però Dio lo aiuta e spesso posso dire che continua ad impegnarsi in questo cammino di conversione, anche perchè consolato dai buoni risultati che ottiene vivendo la vita cristiana: anzitutto si libera dalla paura degli spiriti cattivi e del malocchio, che blocca la gente comune.

Il cristiano sa e crede che è sempre nelle mani di Dio e acquista una sicurezza e coscienza viva della sua fede e dei vantaggi che ne derivano, che sono tanti altri.

"Insomma – continua padre Zé – a parità di condizioni, il cristiano vive meglio e si sviluppa di più del non cristiano, io lo sperimento spesso. Ha, come si dice, una marcia in più, non ha più paura del futuro e del mistero nel quale è immersa tutta la vita dell'uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità", dice padre Zè.

Il quale aggiunge che tra i felupe"la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell'uomo, della famiglia, del villaggio: è la rivoluzione portata da Cristo, quella che "Dio è amore", che cambia tutta la vita dell'uomo,della famiglia, dell'umanità.

Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che incomincia nell'interno del cuore dell'uomo, quando egli decide di credere nel Vangelo e di convertirsi a Cristo: passare dall'egoismo all'altruismo, dall'odio all'amore.

Oggi nella tribù dei felupe i cattolici battezzati sono circa 2.300 (altri sono nel catecumenato di 2-3 anni)  su circa 20.000 contribali in Guinea, ma la tribù è più presente nel vicino Senegal. Non sono più perseguitati, anzi sono ammirati perché portano la pace fra i villaggi, si interessano del bene pubblico, hanno famiglia più unite, sono disponibili ad aiutare i più poveri".

 Tutto questo avviene nel mondo "pagano". Al contrario, nel nostro mondo post-cristiano non è più molto chiaro cosa vuol dire "cristianesimo" e "convertirsi a Cristo", che è il messaggio della Quaresima.

Siamo sommersi da così tanti messaggi, problemi, discussioni, cattivi esempi e scandali, molte voci, ipotesi e proposte, che per molti non è più chiaro cosa vuol dire essere cristiano.

Un anno fa, il direttore dell'editrice Lindau di Torino, il dott. Ezio Quarantelli, mi ha chiesto di scrivere un libro, che poi ha pubblicato: "Padre, lei ha viaggiato molto e conosce tante situazioni umane. Mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione. Non con un discorso teologico e filosofico, ma in modo comprensibile e direi giornalistico, citando anche le sue esperienze; e non mi parli della vita eterna, ma della vita in questo nostro mondo".

Ho scritto il volume "Meno male che Cristo c'è", che grazie a Dio, mi dicono che va bene nelle vendite. Non ha altro scopo che quello richiestomi dall'amico Quarantelli.

Il nostro problema, di noi battezzati e anche di noi preti, parlando in generale, è che noi ci crediamo già convertiti, per cui la parola "conversione" quasi non ha più significato.

Siamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l'Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo e se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani.

Io stesso sono prete e missionario da 59 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore della vocazione al sacerdozio e alla missione e di tutte le grazie che mi ha dato. Gli chiedo perdono dei miei peccati e poi sono tentato di pensare che, tutto sommato, la mia vita l'ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo l'errore, credo abbastanza comune. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato alla meta della vita cristiana, che è la conversione a Cristo, l'imitazione di Cristo.

Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino e soprattutto nel giorno di Pasqua.

La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all'amore e all'imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le nostre tendenze cattive, i nostri errori di giudizio e via dicendo. Tutto questo non è solo frutto della nostra buona volontà, ma è una grazia che Dio ci dona, se gliela chiediamo.

Padre Piero Gheddo

 


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"Dio non si lascia mai vincere in generosità". I missionari ci spiegano perché convertirci a Cristo

Posted: 01 Mar 2012 03:16 AM PST

Padre Piero Gheddo, oltre che un mio grandissimo amico, è una figura straordinaria per la sua fede cristiana luminosa, entusiasta e intelligente. Anche oggi, a 83 anni, trasmette questa sua letizia.

Per decenni, da direttore della rivista del Pime, Mondo e missione, e anche dopo, è stato – ed è tuttora – la voce in Italia dei missionari sparsi in tutto il mondo, che ha instancabilmente girato.

Spesso è stato il primo a riferire di tragedie che si stavano consumando nell'indifferenza dell'Occidente (penso, a quello che accadde in Indocina, negli anni Settanta).

In questo articolo – dove riferisce il racconto di un missionario, padre Giuseppe Fumagalli - ci spiega cosa significa convertirci al cristianesimo. Vi consiglio di leggerlo.

antonio socci

                                °                       °                         °                      °

Mancano quaranta giorni alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo ad una vita nuova. Il Vangelo di San Marco, col quale inizia la Quaresima, ci presenta Gesù che, dopo l'arresto di Giovanni il Battista, va nel deserto e vi passa quaranta giorni di preghiera, di tentazioni e di digiuno; poi, percorre i villaggi della Galilea annunziando il suo messaggio: "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo" (Marco 1, 12-15).

E' il messaggio che la Chiesa rilancia nella Quaresima ed è anche l'essenza del cristianesimo: credere in Cristo e nel suo Vangelo e convertire la nostra vita quotidiana alla vita nuova che il Vangelo ci propone.

Nel mondo non cristiano, dove i missionari vivono e lavorano, è chiaro cos'è il cristianesimo: il passaggio dalla religione tradizionale alla fede e alla vita in Cristo, unico Salvatore dell'uomo e dell'umanità.

Il "primo annunzio" ai non cristiani è veramente l'annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Ma, in concreto,  cosa significa "convertirsi a Cristo?".

Ho fatto questa domanda a un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che da quarantatre anni vive fra i "felupe" nel nord della Guinea Bissau, una tribù nuova, dove il Vangelo è stato portato negli anni cinquanta dal suo predecessore padre Spartaco Marmugi.

Siamo in una situazione missionaria: il primo annunzio del Vangelo ai pagani. La predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù: "Convertitevi e credete al Vangelo".

Padre Zé (Giuseppe) dice:

"La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi.

Chi decide di convertirsi sa che deve perdonare le offese, abbandonare ogni sentimento di vendetta; lasciare il culto degli spiriti, non credere più agli stregoni; avere una sola moglie ed esserle fedele, amare e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ecc.

Il catecumeno sa che spesso va incontro alla persecuzione o alla marginalizzazione nel villaggio, perché va contro-corrente rispetto alla comunità in cui vive.

Però Dio lo aiuta e spesso posso dire che continua ad impegnarsi in questo cammino di conversione, anche perchè consolato dai buoni risultati che ottiene vivendo la vita cristiana: anzitutto si libera dalla paura degli spiriti cattivi e del malocchio, che blocca la gente comune.

Il cristiano sa e crede che è sempre nelle mani di Dio e acquista una sicurezza e coscienza viva della sua fede e dei vantaggi che ne derivano, che sono tanti altri.

"Insomma – continua padre Zé – a parità di condizioni, il cristiano vive meglio e si sviluppa di più del non cristiano, io lo sperimento spesso. Ha, come si dice, una marcia in più, non ha più paura del futuro e del mistero nel quale è immersa tutta la vita dell'uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità", dice padre Zè.

Il quale aggiunge che tra i felupe "la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell'uomo, della famiglia, del villaggio: è la rivoluzione portata da Cristo, quella che "Dio è amore", che cambia tutta la vita dell'uomo,della famiglia, dell'umanità.

Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che incomincia nell'interno del cuore dell'uomo, quando egli decide di credere nel Vangelo e di convertirsi a Cristo: passare dall'egoismo all'altruismo, dall'odio all'amore.

Oggi nella tribù dei felupe i cattolici battezzati sono circa 2.300 (altri sono nel catecumenato di 2-3 anni)  su circa 20.000 contribali in Guinea, ma la tribù è più presente nel vicino Senegal. Non sono più perseguitati, anzi sono ammirati perché portano la pace fra i villaggi, si interessano del bene pubblico, hanno famiglia più unite, sono disponibili ad aiutare i più poveri".

 Tutto questo avviene nel mondo "pagano". Al contrario, nel nostro mondo post-cristiano non è più molto chiaro cosa vuol dire "cristianesimo" e "convertirsi a Cristo", che è il messaggio della Quaresima.

Siamo sommersi da così tanti messaggi, problemi, discussioni, cattivi esempi e scandali, molte voci, ipotesi e proposte, che per molti non è più chiaro cosa vuol dire essere cristiano.

Un anno fa, il direttore dell'editrice Lindau di Torino, il dott. Ezio Quarantelli, mi ha chiesto di scrivere un libro, che poi ha pubblicato: "Padre, lei ha viaggiato molto e conosce tante situazioni umane. Mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione. Non con un discorso teologico e filosofico, ma in modo comprensibile e direi giornalistico, citando anche le sue esperienze; e non mi parli della vita eterna, ma della vita in questo nostro mondo".

Ho scritto il volume "Meno male che Cristo c'è", che grazie a Dio, mi dicono che va bene nelle vendite. Non ha altro scopo che quello richiestomi dall'amico Quarantelli.

Il nostro problema, di noi battezzati e anche di noi preti, parlando in generale, è che noi ci crediamo già convertiti, per cui la parola "conversione" quasi non ha più significato.

Siamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l'Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo e se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani.

Io stesso sono prete e missionario da 59 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore della vocazione al sacerdozio e alla missione e di tutte le grazie che mi ha dato. Gli chiedo perdono dei miei peccati e poi sono tentato di pensare che, tutto sommato, la mia vita l'ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo l'errore, credo abbastanza comune. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato alla meta della vita cristiana, che è la conversione a Cristo, l'imitazione di Cristo.

Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino e soprattutto nel giorno di Pasqua.

La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all'amore e all'imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le nostre tendenze cattive, i nostri errori di giudizio e via dicendo. Tutto questo non è solo frutto della nostra buona volontà, ma è una grazia che Dio ci dona, se gliela chiediamo.

Padre Piero Gheddo

 

Questo testo è tratto dal blog http://gheddo.missionline.org/ di Padre Gheddo che vi invito a visitare e leggere