giovedì 28 aprile 2011

Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua?BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro Mercoledì, 27 aprile 2011 [Video] L'ottava

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 aprile 2011

[Video]

L'ottava di Pasqua

Cari fratelli e sorelle,

in questi primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano. Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato. La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).

Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità. Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.

Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l'Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L'Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l'Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle «cose della terra», vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo.

Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù», che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri (...). Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dall'invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di un'altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d'ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.

E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell'uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c'è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del cielo»: la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.

La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini attraverso la nostra testimonianza quotidiana.

Cari amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del Signore risorto significa vivere sempre in “modo pasquale” e far risuonare il lieto annuncio che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5).

martedì 26 aprile 2011

Giovanni Paolo II :un modella ottimo per il laico secondo Corigliano dell'Opus Dei

La gioia di movimenti e comunità per la Beatificazione di Giovanni Paolo II: Martinez di Rinnovamento nello Spirito e Corigliano dell’Opus Dei



Giovanni Paolo II ha sempre incoraggiato e sostenuto i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, tanto da definirli “la nuova primavera della Chiesa”. Di qui la grande gioia con la quale i movimenti vivono, in questi giorni, l’attesa dell’imminente Beatificazione di Karol Wojtyla. Alessandro Gisotti ha raccolto la testimonianza di Salvatore Martinez, presidente nazionale di Rinnovamento nello Spirito Santo:RealAudioMP3

R. - Questo Pontefice è profondamente uomo, profondamente incarnato, eppure capace nella fede di realizzare cose impossibili, proprio perché lo Spirito lo ha reso capace di cose divine. Per me, la Beatificazione di Giovanni Paolo si riassume proprio in questo assunto: un uomo profondamente incarnato, appassionato, soprattutto di tutta quella umanità esclusa, fondatore anch’egli di una nuova antropologia sempre più orientata a Cristo. Eppure, uomo profondamente interiorizzato, uomo profondamente immerso nel mistero di Dio con una forza interiore, con un magistero interiore, che ha svelato il cuore di Dio attraverso il volto, il ministero del Pontefice.

D. - Quali frutti può dare questa Beatificazione al “Rinnovamento nello Spirito” ma non solo…

R. - Io lo riassumerei nell’espressione “cultura della Pentecoste”, un’espressione che Giovanni Paolo II ci consegnò nel 2002. Questa convivenza pacifica tra gli uomini, questa civiltà dell’amore che Paolo VI volle indicare alla Chiesa si realizza soltanto se gli uomini sapranno riscoprire il primato del soprannaturale, il primato della vita nello Spirito. E’ l’ordine dei miracoli, cioè ciò che la fede può compiere laddove tutto sembrerebbe ormai finito. Laddove verrebbe voglia di arrendersi, di tornare indietro, direi di dichiarare “sciopero della speranza”, il credente ha questa riserva straordinaria che viene dallo Spirito. C’è bisogno di questa nuova cultura nei gesti di ogni giorno, c’è bisogno di includere nel nostro ordine sociologico il primato di Dio, la verità di Dio, il bene che Dio chiede ai suoi discepoli di compiere. Credo che questa sia la missione all’inizio di questo nuovo millennio, la missione che Giovanni Paolo II ci ha assegnato. Lo Spirito Santo è questo benefico amico degli uomini, è questo anelito di unità nel genere umano. Questa è la globalizzazione che noi dobbiamo realizzare, la globalizzazione dell’amore, un nuovo primato dell’amore dato a tutti e a ciascuno. (bf)

Tra le nuove realtà ecclesiali che hanno avuto in Giovanni Paolo II un grande sostenitore c’è sicuramente l’Opus Dei, che proprio Papa Wojtyla eresse in Prelatura personale nel 1982. Sulla particolare sintonia tra il prossimo Beato e l’Opera fondata da San Josemaria Escrivà, Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione del portavoce in Italia dell’Opus Dei, Giuseppe Corigliano:RealAudioMP3

R. – Da una parte, è chiaro che non si può dimenticare la grande intesa che c’è stata con questo grande Papa, che è quella poi che fermenta: penso ai giovani, alla Prelatura personale. Ci sono, quindi, gesti di affetto personale che continuano a fare effetto, perché l’amore è sempre fecondo anche nei ricordi. Guardando al futuro lui è un gran modello: non solo un modello di Papa, di vescovo, di sacerdote, ma è un gran modello di cristiano comune, come l’Opus Dei vorrebbe formare, e cioè una persona che sa unire, in grande unità di vita, lo sport con la ricerca della verità filosofica e teologica, con la poesia e anche con lo stesso gusto di saper vedere le cose belle del mondo. Si pensi a lui quando stava in montagna, a come apprezzava la natura. E’ un uomo che ci aiuta, ci fa capire che il cristiano è un vero uomo, ha tutte le corde, per cui è un modello ottimo anche per il laico.

D. – Il Vangelo arriva dovunque, senza barriere, questo in qualche modo è il grande elemento di sintonia tra Josemaría Escrivá e Karol Wojtyla...

R. – Esattamente! E’ giustissimo questo. Anche questo suo aver voluto girare tutto il mondo, che perfino poi qualcuno ha criticato, sta a testimoniare questa voglia di Gesù di raggiungere tutti. Quindi, è veramente un Santo senza frontiere, un Beato - ma sarà Santo presto - senza frontiere. Effettivamente si assomigliano.

D. – Questa Beatificazione, dunque, può essere davvero occasione di nuovo slancio proprio nel senso dell’universalità...

R. – Sì, per far capire quello che il cristiano di oggi è chiamato a fare. Il nuovo Beato rappresenta veramente un modello, un modello a cui la formazione dell’Opus Dei tende. (ap)