All'udienza generale il Papa ricorda la tragedia del secondo conflitto mondiale
L'assurdità della guerra Proposto nella catechesi un radicale cambiamento di vita sull'esempio di sant'Oddone di Cluny
L'Europa e il mondo hanno bisogno oggi di riconciliazione dopo "le umane tragedie e l'assurdità della guerra". Lo ha detto il Papa ricordando ai fedeli polacchi presenti all'udienza generale di mercoledì 2 settembre, nell'Aula Paolo VI, il settantesimo anniversario dell'inizio del secondo conflitto mondiale. Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Ieri abbiamo ricordato il 70° anniversario dell'inizio della II guerra mondiale. Nella memoria dei popoli rimangono le umane tragedie e l'assurdità della guerra. Chiediamo a Dio che lo spirito del perdono, della pace e della riconciliazione pervada i cuori degli uomini. L'Europa e il mondo di oggi hanno bisogno di uno spirito di comunione. Costruiamola su Cristo e sul suo Vangelo, sul fondamento della carità e della verità. A voi qui presenti e a tutti coloro che contribuiscono a creare il clima della pace, imparto di cuore la mia benedizione. In precedenza Benedetto XVI aveva dedicato la catechesi all'abate benedettino di Cluny sant'Oddone. Cari fratelli e sorelle, Dopo una lunga pausa, vorrei riprendere la presentazione dei grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del tempo medioevale, perché, come in uno specchio, nelle loro vite e nei loro scritti vediamo che cosa vuol dire essere cristiani. Oggi vi propongo la figura luminosa di sant'Oddone, abate di Cluny: essa si colloca in quel medioevo monastico che vide il sorprendente diffondersi in Europa della vita e della spiritualità ispirate alla Regola di san Benedetto. Vi fu in quei secoli un prodigioso sorgere e moltiplicarsi di chiostri che, ramificandosi nel continente, vi diffusero largamente lo spirito e la sensibilità cristiana. Sant'Oddone ci riconduce, in particolare, ad un monastero, Cluny, che nel medioevo fu tra i più illustri e celebrati ed ancora oggi rivela attraverso le sue maestose rovine i segni di un passato glorioso per l'intensa dedizione all'ascesi, allo studio e, in special modo, al culto divino, avvolto di decoro e di bellezza. Di Cluny Oddone fu il secondo abate. Era nato verso l'880, ai confini tra il Maine e la Touraine, in Francia. Dal padre fu consacrato al santo Vescovo Martino di Tours, alla cui ombra benefica e nella cui memoria Oddone passò poi l'intera vita, concludendola alla fine vicino alla sua tomba. La scelta della consacrazione religiosa fu in lui preceduta dall'esperienza di uno speciale momento di grazia, di cui parlò egli stesso ad un altro monaco, Giovanni l'Italiano, che fu poi suo biografo. Oddone era ancora adolescente, sui sedici anni, quando, durante una veglia natalizia, si sentì salire spontaneamente alle labbra questa preghiera alla Vergine: "Mia Signora, Madre di misericordia, che in questa notte hai dato alla luce il Salvatore, prega per me. Il tuo parto glorioso e singolare sia, o Piissima, il mio rifugio" (Vita sancti Odonis, I, 9: PL 133, 747). L'appellativo "Madre di misericordia", con cui il giovane Oddone invocò allora la Vergine, sarà quello col quale egli amerà poi sempre rivolgersi a Maria, chiamandola anche "unica speranza del mondo, ... grazie alla quale ci sono state aperte le porte del paradiso" (In veneratione S. Mariae Magdalenae: PL 133, 721). Gli avvenne in quel tempo di imbattersi nella Regola di san Benedetto e di iniziarne alcune osservanze, "portando, non ancora monaco, il giogo leggero dei monaci" (ibid., I, 14: PL 133, 50). In un suo sermone Oddone celebrerà Benedetto come "lucerna che brilla nel tenebroso stadio di questa vita" (De sancto Benedicto abbate: PL 133, 725), e lo qualificherà "maestro di disciplina spirituale" (ibid.: PL 133, 727). Con affetto rileverà che la pietà cristiana "con più viva dolcezza fa memoria" di lui, nella consapevolezza che Dio lo ha innalzato "tra i sommi ed eletti Padri della santa Chiesa" (ibid.: PL 133, 722). Affascinato dall'ideale benedettino, Oddone lasciò Tours ed entrò come monaco nell'abbazia benedettina di Baume, per poi passare in quella di Cluny, di cui nel 927 divenne abate. Da quel centro di vita spirituale poté esercitare un vasto influsso sui monasteri del continente. Della sua guida e della sua riforma si giovarono anche in Italia diversi cenobi, tra i quali quello di San Paolo fuori le Mura. Oddone visitò più d'una volta Roma, raggiungendo anche Subiaco, Montecassino e Salerno. Fu proprio a Roma che, nell'estate del 942, cadde malato. Sentendosi prossimo alla fine, con ogni sforzo volle tornare presso il suo san Martino a Tours, ove morì nell'ottavario del Santo, il 18 novembre 942. Il biografo, nel sottolineare in Oddone la "virtù della pazienza", offre un lungo elenco di altre sue virtù, quali il disprezzo del mondo, lo zelo per le anime, l'impegno per la pace delle Chiese. Grandi aspirazioni dell'abate Oddone erano la concordia tra i re e i principi, l'osservanza dei comandamenti, l'attenzione ai poveri, l'emendamento dei giovani, il rispetto per i vecchi (cfr. Vita sancti Odonis, I, 17: PL 133, 49). Amava la celletta dove risiedeva, "sottratto agli occhi di tutti, sollecito di piacere solo a Dio" (ibid., I, 14: PL 133, 49). Non mancava, però, di esercitare pure, come "fonte sovrabbondante", il ministero della parola e dell'esempio, "piangendo come immensamente misero questo mondo" (ibid., I, 17: PL 133, 51). In un solo monaco, commenta il suo biografo, si trovavano raccolte le diverse virtù esistenti in stato sparso negli altri monasteri: "Gesù nella sua bontà, attingendo ai vari giardini dei monaci, formava in un piccolo luogo un paradiso, per irrigare dalla sua fonte i cuori dei fedeli" (ibid., I, 14: PL 133, 49). In un passo di un sermone in onore di Maria di Magdala l'abate di Cluny ci rivela come egli concepiva la vita monastica: "Maria che, seduta ai piedi del Signore, con spirito attento ascoltava la sua parola, è il simbolo della dolcezza della vita contemplativa, il cui sapore, quanto più è gustato, tanto maggiormente induce l'animo a distaccarsi dalle cose visibili e dai tumulti delle preoccupazioni del mondo" (In ven. S. Mariae Magd., PL 133, 717). È una concezione che Oddone conferma e sviluppa negli altri suoi scritti, dai quali traspaiono l'amore all'interiorità, una visione del mondo come di realtà fragile e precaria da cui sradicarsi, una costante inclinazione al distacco dalle cose avvertite come fonti di inquietudine, un'acuta sensibilità per la presenza del male nelle varie categorie di uomini, un'intima aspirazione escatologica. Questa visione del mondo può apparire abbastanza lontana dalla nostra, tuttavia quella di Oddone è una concezione che, vedendo la fragilità del mondo, valorizza la vita interiore aperta all'altro, all'amore del prossimo, e proprio così trasforma l'esistenza e apre il mondo alla luce di Dio. Merita particolare menzione la "devozione" al Corpo e al Sangue di Cristo che Oddone, di fronte a una estesa trascuratezza da lui vivacemente deplorata, coltivò sempre con convinzione. Era infatti fermamente convinto della presenza reale, sotto le specie eucaristiche, del Corpo e del Sangue del Signore, in virtù della conversione "sostanziale" del pane e del vino. Scriveva: "Dio, il Creatore di tutto, ha preso il pane, dicendo che era il suo Corpo e che lo avrebbe offerto per il mondo e ha distribuito il vino, chiamandolo suo Sangue"; ora, "è legge di natura che avvenga il mutamento secondo il comando del Creatore", ed ecco, pertanto, che "subito la natura muta la sua condizione solita: senza indugio il pane diventa carne, e il vino diventa sangue"; all'ordine del Signore "la sostanza si muta" (Odonis Abb. Cluniac. occupatio, ed. A. Swoboda, Lipsia 1900, p.121). Purtroppo, annota il nostro abate, questo "sacrosanto mistero del Corpo del Signore, nel quale consiste tutta la salvezza del mondo" (Collationes, XXVIII: PL 133, 572), è negligentemente celebrato. "I sacerdoti, egli avverte, che accedono all'altare indegnamente, macchiano il pane, cioè il Corpo di Cristo" (ibid., PL 133, 572-573). Solo chi è unito spiritualmente a Cristo può partecipare degnamente al suo Corpo eucaristico: in caso contrario, mangiare la sua carne e bere il suo sangue non sarebbe di giovamento, ma di condanna (cfr. ibid., XXX, PL 133, 575). Tutto questo ci invita a credere con nuova forza e profondità la verità della presenza del Signore. La presenza del Creatore tra noi, che si consegna nelle nostre mani e ci trasforma come trasforma il pane e il vino, trasforma così il mondo. Sant'Oddone è stato una vera guida spirituale sia per i monaci che per i fedeli del suo tempo. Di fronte alla "vastità dei vizi" diffusi nella società, il rimedio che egli proponeva con decisione era quello di un radicale cambiamento di vita, fondato sull'umiltà, l'austerità, il distacco dalle cose effimere e l'adesione a quelle eterne (cfr. Collationes, XXX, PL 133, 613). Nonostante il realismo della sua diagnosi circa la situazione del suo tempo, Oddone non indulge al pessimismo: "Non diciamo questo - egli precisa - per precipitare nella disperazione quelli che vorranno convertirsi. La misericordia divina è sempre disponibile; essa aspetta l'ora della nostra conversione" (ibid.: PL 133, 563). Ed esclama: "O ineffabili viscere della pietà divina! Dio persegue le colpe e tuttavia protegge i peccatori" (ibid.: PL 133, 592). Sostenuto da questa convinzione, l'abate di Cluny amava sostare nella contemplazione della misericordia di Cristo, il Salvatore che egli qualificava suggestivamente come "amante degli uomini": "amator hominum Christus" (ibid., LIII: PL 133, 637). Gesù ha preso su di sé i flagelli che sarebbero spettati a noi - osserva - per salvare così la creatura che è opera sua e che ama (cfr. ibid.: PL 133, 638). Appare qui un tratto del santo abate a prima vista quasi nascosto sotto il rigore della sua austerità di riformatore: la profonda bontà del suo animo. Era austero, ma soprattutto era buono, un uomo di una grande bontà, una bontà che proviene dal contatto con la bontà divina. Oddone, così ci dicono i suoi coetanei, effondeva intorno a sé la gioia di cui era ricolmo. Il suo biografo attesta di non aver sentito mai uscire da bocca d'uomo "tanta dolcezza di parola" (ibid., I, 17: PL 133, 31). Era solito, ricorda il biografo, invitare al canto i fanciulli che incontrava lungo la strada per poi far loro qualche piccolo dono, e aggiunge: "Le sue parole erano ricolme di esultanza..., la sua ilarità infondeva nel nostro cuore un'intima gioia" (ibid., II, 5: PL 133, 63). In questo modo il vigoroso ed insieme amabile abate medioevale, appassionato di riforma, con azione incisiva alimentava nei monaci, come anche nei fedeli laici del suo tempo, il proposito di progredire con passo solerte sulla via della perfezione cristiana. Vogliamo sperare che la sua bontà, la gioia che proviene dalla fede, unite all'austerità e all'opposizione ai vizi del mondo, tocchino anche il nostro cuore, affinché anche noi possiamo trovare la fonte della gioia che scaturisce dalla bontà di Dio. (©L'Osservatore Romano - 3 settembre 2009)
giovedì 3 settembre 2009
sabato 29 agosto 2009
Graham Greene:il potere e la gloria
Bello quest' articolo di Andrea Monda sul famoso libro di Greene
Rileggendo «Il potere e la gloria» di Graham Greene
Niente di edificante
Solo l'uomo com'è
di Andrea Monda
Nel 1948 Graham Greene scrive Il nocciolo della questione che contiene, nella prima pagina, questa citazione tratta da Charles Péguy: "Nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianesimo. Nessuno se non il santo". È una specie di manifesto della poetica dello scrittore inglese che parlerà sempre dell'uomo, dell'uomo che vive nella storia, cioè nel "già e non ancora", che è sempre a un tempo santo e peccatore.
Nei suo Saggi cattolici aveva peraltro affermato: "È un controsenso, infatti, voler ritrarre un'umanità peccatrice in una letteratura scevra di peccato". Il protagonista del capolavoro di Graham Greene, Il potere e la gloria, del 1940, è un prete, a un tempo santo e peccatore. Il romanzo nasce dall'esperienza del viaggio che lo scrittore inglese aveva fatto nel Messico da poco fuoriuscito dagli orrori della persecuzione anti-cattolica che oltre un decennio prima si era scatenata in quella nazione. Pur essendo radicata nella realtà messicana, la storia de Il potere e la gloria ha il sapore di una "favola eterna" al punto tale che il protagonista non ha nemmeno il nome. Questo anonimo prete forse permette, più di tante altre figure letterarie o cinematografiche di sacerdoti, di comprendere o quantomeno intuire il senso e il mistero del sacerdozio cattolico. Il lettore non ci troverà niente di "edificante" in questo crudo e cupo racconto, anzi toccherà con mano tutte le fragilità e le cadute che i sacerdoti, come gli altri uomini, vivono necessariamente sulla loro difficile via verso la santificazione.
La trama è apparentemente semplice e coincide con la storia di un prete corrotto e vigliacco durante la persecuzione anticristiana messicana. Non solo ha tradito la sua vocazione - ha avuto infatti una figlia da una relazione con una donna - ma continuamente manca alla sua missione fuggendo alla persecuzione di quegli anni feroci vivendo praticamente alla macchia e occultando i segni del suo ministero. Tutto il libro, sino al finale a sorpresa in cui il prete vigliacco ritrova il coraggio e vivendo da prete subirà il martirio della fede, è la descrizione di quel "continuamente". In un breve, intenso articolo nello stesso 1940, intitolato A casa e dedicato alla descrizione dei quartieri di Londra distrutti dai bombardamenti nazisti, Greene scrive: "Ci si abitua a qualunque cosa...". Però poi aggiunge: "Ci sono delle cose alle quali non ci si abitua mai perché non hanno connessione: la santità, la fedeltà e il coraggio degli esseri umani abbandonati al libero arbitrio: simili virtù appartengono ai vecchi edifici delle università e alle cattedrali, reliquie di un mondo con fede".
Il potere e la gloria parla di questa santità che spezza l'abitudine, che interrompe la "connessione" - viene in mente Eliot che chiamava la Chiesa "La Straniera" - che spezza l'abitudine, la catena del vizio. Il prete corrotto a un certo punto riacquista il coraggio e la fedeltà e proprio nel finale, smette di fuggire e, semplicemente, vive il sacerdozio in pienezza, fino in fondo, pagando con la vita la sua fedeltà a Cristo e la sua carità verso il prossimo.
Particolarmente efficaci sono i peraltro rari dialoghi del romanzo che intervengono nei momenti in cui il protagonista incontra persone, per lo più ostili, lungo il suo calvario. In particolare è illuminante il dialogo tra il prete e il suo carnefice, nel momento in cui sta per essere fucilato e con queste parole si rivolge al luogotenente, rivoluzionario, razionalista e ateo, che lo ha catturato: "Questa è un'altra differenza tra noi. È inutile che lavoriate per il vostro scopo, a meno che non siate un uomo buono voi stesso. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora si avrà di nuovo tutta la vecchia fame, le violenze, l'arricchirsi ad ogni costo. Ma il fatto ch'io sia un codardo, e tutto il resto, non ha molta importanza. Posso mettere Dio lo stesso nella bocca di un uomo, e posso dargli il perdono di Dio. Anche se ogni prete della Chiesa fosse come me, non ci sarebbe nessuna differenza sotto questo aspetto".
Le rivoluzioni solamente umane hanno bisogno di eroi, di super-uomini, mentre la Chiesa di Cristo esige solo il sì di semplici e veri uomini, la loro totale adesione, perché la fede cristiana, come ricorda l'introduzione della Deus caritas est di Benedetto XVI, non è frutto di una grande idea o di una teoria filosofica ma di un incontro tra due persone, quella di Cristo con quella del credente, un incontro reale tra persone vere, con tutte le loro limitazioni.
Non può non venire in mente una delle più belle immagini di Chesterton - con cui Greene era imparentato per via della moglie - relative al mistero della Chiesa: nel saggio Eretici del 1905, in polemica con Shaw e la sua teoria del superuomo, Chesterton spiega che "quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole".
Un successore di Pietro, Paolo VI, aveva molto apprezzato il romanzo di Greene e quando incontrò in udienza privata l'autore si complimentò con lui. Lo scrittore non perse l'occasione per far notare al Santo Padre che quel romanzo negli anni Quaranta era stato messo all'indice dal cardinale Giuseppe Pizzardo all'epoca prefetto del Sant'Uffizio (e Papa Montini non si fermò a toglierlo dall'indice, ma soppresse l'indice stesso).
La sorte paradossale di questo grande romanzo ripete la paradossalità interna alla vicenda raccontata dall'autore che immette in questa storia tutta la forza del cattolicesimo "paolino", quella forza che sta nella debolezza; anche la Chiesa, come ricordava Chesterton, è soggetta a questa condizione paradossale. In un altro dei suoi racconti più toccanti, L'ultima parola Greene immagina la morte dell'ultimo Pontefice che, con le sue ultime parole, converte il suo carnefice.
Il problema che spesso nasce nei confronti dei sacerdoti è quello della "dis-incarnazione" per cui il credente, spesso in ottima fede, vede nel sacerdote non un uomo in carne ossa ma un'idea astratta, l'idea dell'autorità perfetta, moralmente immacolata, trascinante e vincente. Il romanzo di Greene compie il fondamentale lavoro di riportarci con i piedi per terra e farci toccare con mano la carne e le ossa dei sacerdoti, quelli veri. Una formidabile iniezione di sano realismo, ecco cos'è questo splendido romanzo dello scrittore inglese.
In quanto profondamente cattolica l'opera di Greene si distingue per la sottolineatura data all'elemento materiale. L'autore cioè fa sentire fortemente il peso, la corporeità e la fisicità dell'esistenza umana e della sua fede nel cattolicesimo che, ricorda Romano Guardini, è la religione più materialista di tutte. Nel momento della conversione al cattolicesimo Graham Greene scelse come nome cristiano quello dell'apostolo Tommaso, l'apostolo incredulo che per credere vuole mettere il dito nelle ferite di Cristo. A una religione totalmente irrazionale, capricciosa e disincarnata Graham Greene contrappone la forza di una fede che coabita in un dinamismo vivificante tra corpo e anima, tra pensiero e materia, razionalità e affettività.
(©L'Osservatore Romano - 30 agosto 2009)
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Rileggendo «Il potere e la gloria» di Graham Greene
Niente di edificante
Solo l'uomo com'è
di Andrea Monda
Nel 1948 Graham Greene scrive Il nocciolo della questione che contiene, nella prima pagina, questa citazione tratta da Charles Péguy: "Nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianesimo. Nessuno se non il santo". È una specie di manifesto della poetica dello scrittore inglese che parlerà sempre dell'uomo, dell'uomo che vive nella storia, cioè nel "già e non ancora", che è sempre a un tempo santo e peccatore.
Nei suo Saggi cattolici aveva peraltro affermato: "È un controsenso, infatti, voler ritrarre un'umanità peccatrice in una letteratura scevra di peccato". Il protagonista del capolavoro di Graham Greene, Il potere e la gloria, del 1940, è un prete, a un tempo santo e peccatore. Il romanzo nasce dall'esperienza del viaggio che lo scrittore inglese aveva fatto nel Messico da poco fuoriuscito dagli orrori della persecuzione anti-cattolica che oltre un decennio prima si era scatenata in quella nazione. Pur essendo radicata nella realtà messicana, la storia de Il potere e la gloria ha il sapore di una "favola eterna" al punto tale che il protagonista non ha nemmeno il nome. Questo anonimo prete forse permette, più di tante altre figure letterarie o cinematografiche di sacerdoti, di comprendere o quantomeno intuire il senso e il mistero del sacerdozio cattolico. Il lettore non ci troverà niente di "edificante" in questo crudo e cupo racconto, anzi toccherà con mano tutte le fragilità e le cadute che i sacerdoti, come gli altri uomini, vivono necessariamente sulla loro difficile via verso la santificazione.
La trama è apparentemente semplice e coincide con la storia di un prete corrotto e vigliacco durante la persecuzione anticristiana messicana. Non solo ha tradito la sua vocazione - ha avuto infatti una figlia da una relazione con una donna - ma continuamente manca alla sua missione fuggendo alla persecuzione di quegli anni feroci vivendo praticamente alla macchia e occultando i segni del suo ministero. Tutto il libro, sino al finale a sorpresa in cui il prete vigliacco ritrova il coraggio e vivendo da prete subirà il martirio della fede, è la descrizione di quel "continuamente". In un breve, intenso articolo nello stesso 1940, intitolato A casa e dedicato alla descrizione dei quartieri di Londra distrutti dai bombardamenti nazisti, Greene scrive: "Ci si abitua a qualunque cosa...". Però poi aggiunge: "Ci sono delle cose alle quali non ci si abitua mai perché non hanno connessione: la santità, la fedeltà e il coraggio degli esseri umani abbandonati al libero arbitrio: simili virtù appartengono ai vecchi edifici delle università e alle cattedrali, reliquie di un mondo con fede".
Il potere e la gloria parla di questa santità che spezza l'abitudine, che interrompe la "connessione" - viene in mente Eliot che chiamava la Chiesa "La Straniera" - che spezza l'abitudine, la catena del vizio. Il prete corrotto a un certo punto riacquista il coraggio e la fedeltà e proprio nel finale, smette di fuggire e, semplicemente, vive il sacerdozio in pienezza, fino in fondo, pagando con la vita la sua fedeltà a Cristo e la sua carità verso il prossimo.
Particolarmente efficaci sono i peraltro rari dialoghi del romanzo che intervengono nei momenti in cui il protagonista incontra persone, per lo più ostili, lungo il suo calvario. In particolare è illuminante il dialogo tra il prete e il suo carnefice, nel momento in cui sta per essere fucilato e con queste parole si rivolge al luogotenente, rivoluzionario, razionalista e ateo, che lo ha catturato: "Questa è un'altra differenza tra noi. È inutile che lavoriate per il vostro scopo, a meno che non siate un uomo buono voi stesso. E non ci saranno sempre uomini buoni nel vostro partito. E allora si avrà di nuovo tutta la vecchia fame, le violenze, l'arricchirsi ad ogni costo. Ma il fatto ch'io sia un codardo, e tutto il resto, non ha molta importanza. Posso mettere Dio lo stesso nella bocca di un uomo, e posso dargli il perdono di Dio. Anche se ogni prete della Chiesa fosse come me, non ci sarebbe nessuna differenza sotto questo aspetto".
Le rivoluzioni solamente umane hanno bisogno di eroi, di super-uomini, mentre la Chiesa di Cristo esige solo il sì di semplici e veri uomini, la loro totale adesione, perché la fede cristiana, come ricorda l'introduzione della Deus caritas est di Benedetto XVI, non è frutto di una grande idea o di una teoria filosofica ma di un incontro tra due persone, quella di Cristo con quella del credente, un incontro reale tra persone vere, con tutte le loro limitazioni.
Non può non venire in mente una delle più belle immagini di Chesterton - con cui Greene era imparentato per via della moglie - relative al mistero della Chiesa: nel saggio Eretici del 1905, in polemica con Shaw e la sua teoria del superuomo, Chesterton spiega che "quando, in un momento simbolico, stava ponendo le basi della Sua grande società, Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole".
Un successore di Pietro, Paolo VI, aveva molto apprezzato il romanzo di Greene e quando incontrò in udienza privata l'autore si complimentò con lui. Lo scrittore non perse l'occasione per far notare al Santo Padre che quel romanzo negli anni Quaranta era stato messo all'indice dal cardinale Giuseppe Pizzardo all'epoca prefetto del Sant'Uffizio (e Papa Montini non si fermò a toglierlo dall'indice, ma soppresse l'indice stesso).
La sorte paradossale di questo grande romanzo ripete la paradossalità interna alla vicenda raccontata dall'autore che immette in questa storia tutta la forza del cattolicesimo "paolino", quella forza che sta nella debolezza; anche la Chiesa, come ricordava Chesterton, è soggetta a questa condizione paradossale. In un altro dei suoi racconti più toccanti, L'ultima parola Greene immagina la morte dell'ultimo Pontefice che, con le sue ultime parole, converte il suo carnefice.
Il problema che spesso nasce nei confronti dei sacerdoti è quello della "dis-incarnazione" per cui il credente, spesso in ottima fede, vede nel sacerdote non un uomo in carne ossa ma un'idea astratta, l'idea dell'autorità perfetta, moralmente immacolata, trascinante e vincente. Il romanzo di Greene compie il fondamentale lavoro di riportarci con i piedi per terra e farci toccare con mano la carne e le ossa dei sacerdoti, quelli veri. Una formidabile iniezione di sano realismo, ecco cos'è questo splendido romanzo dello scrittore inglese.
In quanto profondamente cattolica l'opera di Greene si distingue per la sottolineatura data all'elemento materiale. L'autore cioè fa sentire fortemente il peso, la corporeità e la fisicità dell'esistenza umana e della sua fede nel cattolicesimo che, ricorda Romano Guardini, è la religione più materialista di tutte. Nel momento della conversione al cattolicesimo Graham Greene scelse come nome cristiano quello dell'apostolo Tommaso, l'apostolo incredulo che per credere vuole mettere il dito nelle ferite di Cristo. A una religione totalmente irrazionale, capricciosa e disincarnata Graham Greene contrappone la forza di una fede che coabita in un dinamismo vivificante tra corpo e anima, tra pensiero e materia, razionalità e affettività.
(©L'Osservatore Romano - 30 agosto 2009)
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