sabato 3 gennaio 2009

Impariamo quale Poverta' scegliere nell Santa Madre di Dio


Un insegnamento di grande concretezza quello del Santo Padre .Ci insegna con estrema semplicità cosa fare in questi tempi di crisi .

La parola è una sola :Povertà.

Ma ce ne è una da scegliere ed una da combattere che in un gioco virtuoso si influenzano tanto da far crescere l'una e scomparire l'altra.

Operativamente consiste nel ritornare alla Sobrietà ed alla vera Solidarietà

Esse sono strumenti per staccare gli occhi dalle cose e dall'atteggiamento sottostante di ingordigia per riorientarli fiduciosi alla Provvidenza .

Il risultato sarà in proporzione la riscoperta di una vera Uguaglianza e Giustizia ,condizione per una vera Pace :Opus iustitiae

Ecco il grande insegnamento da ricordare ogni volta che l'umanità deraglia sul binario di una utopia ideologica ed astratta !!!

Andate a leggervela quì sotto!!!

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E NELLA 42a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
Pubblicato il 1 Gennaio 2009 di redazione
Venerati Fratelli,
Signori Ambasciatori,
cari fratelli e sorelle!
Nel primo giorno dell’anno, la divina Provvidenza ci raduna per una celebrazione che ogni volta ci commuove per la ricchezza e la bellezza delle sue corrispondenze: il Capodanno civile s’incontra con il culmine dell’ottava di Natale, in cui si celebra la Divina Maternità di Maria, e questo incontro trova una sintesi felice nella Giornata Mondiale della Pace. Nella luce del Natale di Cristo, mi è gradito rivolgere a ciascuno i migliori auguri per l’anno appena iniziato. Li porgo, in particolare, al Cardinale Renato Raffaele Martino ed ai suoi collaboratori del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, con speciale riconoscenza per il loro prezioso servizio. Li porgo, al tempo stesso, al Segretario di Stato, Cardinale Tarcisio Bertone, e all’intera Segreteria di Stato; come pure, con viva cordialità, ai Signori Ambasciatori presenti oggi in gran numero. I miei voti fanno eco all’augurio che il Signore stesso ci ha appena indirizzato, nella liturgia della Parola. Una Parola che, a partire dall’avvenimento di Betlemme, rievocato nella sua concretezza storica dal Vangelo di Luca (2,16-21), e riletto in tutta la sua portata salvifica dall’apostolo Paolo (Gal 4,4-7), diventa benedizione per il popolo di Dio e per l’intera umanità.
Viene così portata a compimento l’antica tradizione ebraica della benedizione (Nm 6,22-27): i sacerdoti d’Israele benedicevano il popolo “ponendo su di esso il nome” del Signore. Con una formula ternaria – presente nella prima lettura – il sacro Nome veniva invocato per tre volte sui fedeli, quale auspicio di grazia e di pace. Questa remota usanza ci riporta ad una realtà essenziale: per poter camminare sulla via della pace, gli uomini e i popoli hanno bisogno di essere illuminati dal “volto” di Dio ed essere benedetti dal suo “nome”. Proprio questo si è avverato in modo definitivo con l’Incarnazione: la venuta del Figlio di Dio nella nostra carne e nella storia ha portato una irrevocabile benedizione, una luce che più non si spegne e che offre ai credenti e agli uomini di buona volontà la possibilità di costruire la civiltà dell’amore e della pace.
Il Concilio Vaticano II ha detto, a questo riguardo, che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, 22). Questa unione è venuta a confermare l’originario disegno di un’umanità creata ad “immagine e somiglianza” di Dio. In realtà, il Verbo incarnato è l’unica immagine perfetta e consustanziale del Dio invisibile. Gesù Cristo è l’uomo perfetto. “In Lui - osserva ancora il Concilio - la natura umana è stata assunta…, perciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime” (ibid.). Per questo la storia terrena di Gesù, culminata nel mistero pasquale, è l’inizio di un mondo nuovo, perché ha realmente inaugurato una nuova umanità, capace, sempre e solo con la grazia di Cristo, di operare una “rivoluzione” pacifica. Una rivoluzione non ideologica ma spirituale, non utopistica ma reale, e per questo bisognosa di infinita pazienza, di tempi talora lunghissimi, evitando qualunque scorciatoia e percorrendo la via più difficile: la via della maturazione della responsabilità nelle coscienze.
Cari amici, questa è la via evangelica alla pace, la via che anche il Vescovo di Roma è chiamato a riproporre con costanza ogni volta che mette mano all’annuale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. Percorrendo questa strada occorre talvolta ritornare su aspetti e problematiche già affrontati, ma così importanti da richiedere sempre nuova attenzione. E’ il caso del tema che ho scelto per il Messaggio di quest’anno: “Combattere la povertà, costruire la pace“. Un tema che si presta a un duplice ordine di considerazioni, che ora posso solo brevemente accennare. Da una parte la povertà scelta e proposta da Gesù, dall’altra la povertà da combattere per rendere il mondo più giusto e solidale.
Il primo aspetto trova il suo contesto ideale in questi giorni, nel tempo di Natale. La nascita di Gesù a Betlemme ci rivela che Dio ha scelto la povertà per se stesso nella sua venuta in mezzo a noi. La scena che i pastori videro per primi, e che confermò l’annuncio fatto loro dall’angelo, è quella di una stalla dove Maria e Giuseppe avevano cercato rifugio, e di una mangiatoia in cui la Vergine aveva deposto il Neonato avvolto in fasce (cfr Lc 2,7.12.16). Questa povertà Dio l’ha scelta. Ha voluto nascere così – ma potremmo subito aggiungere: ha voluto vivere, e anche morire così. Perché? Lo spiega in termini popolari sant’Alfonso Maria de’ Liguori, in un cantico natalizio, che tutti in Italia conoscono: “A Te, che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, o mio Signore. Caro eletto pargoletto, quanto questa povertà più m’innamora, giacché ti fece amor povero ancora“. Ecco la risposta: l’amore per noi ha spinto Gesù non soltanto a farsi uomo, ma a farsi povero. In questa stessa linea possiamo citare l’espressione di san Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: “Conoscete infatti – egli scrive – la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (8,9). Testimone esemplare di questa povertà scelta per amore è san Francesco d’Assisi. Il francescanesimo, nella storia della Chiesa e della civiltà cristiana, costituisce una diffusa corrente di povertà evangelica, che tanto bene ha fatto e continua a fare alla Chiesa e alla famiglia umana. Ritornando alla stupenda sintesi di san Paolo su Gesù, è significativo – anche per la nostra riflessione odierna – che sia stata ispirata all’Apostolo proprio mentre stava esortando i cristiani di Corinto ad essere generosi nella colletta in favore dei poveri. Egli spiega: “Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza” (8,13).
E’ questo un punto decisivo, che ci fa passare al secondo aspetto: c’è una povertà, un’indigenza, che Dio non vuole e che va “combattuta” – come dice il tema dell’odierna Giornata Mondiale della Pace; una povertà che impedisce alle persone e alle famiglie di vivere secondo la loro dignità; una povertà che offende la giustizia e l’uguaglianza e che, come tale, minaccia la convivenza pacifica. In questa accezione negativa rientrano anche le forme di povertà non materiale che si riscontrano pure nelle società ricche e progredite: emarginazione, miseria relazionale, morale e spirituale (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 2). Nel mio Messaggio ho voluto ancora una volta, sulla scia dei miei Predecessori, considerare attentamente il complesso fenomeno della globalizzazione, per valutarne i rapporti con la povertà su larga scala. Di fronte a piaghe diffuse quali le malattie pandemiche (ivi, 4), la povertà dei bambini (ivi, 5) e la crisi alimentare (ivi, 7), ho dovuto purtroppo tornare a denunciare l’inaccettabile corsa ad accrescere gli armamenti. Da una parte si celebra la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e dall’altra si aumentano le spese militari, violando la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna a ridurle al minimo (cfr art. 26). Inoltre, la globalizzazione elimina certe barriere, ma può costruirne di nuove (Messaggio cit., 8), perciò bisogna che la comunità internazionale e i singoli Stati siano sempre vigilanti; bisogna che non abbassino mai la guardia rispetto ai pericoli di conflitto, anzi, si impegnino a mantenere alto il livello della solidarietà. L’attuale crisi economica globale va vista in tal senso anche come un banco di prova: siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante? Lo esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà finanziarie immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e, soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo.
Occorre allora cercare di stabilire un “circolo virtuoso” tra la povertà “da scegliere” e la povertà “da combattere”. Si apre qui una via feconda di frutti per il presente e per il futuro dell’umanità, che si potrebbe riassumere così: per combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e donne e minaccia la pace di tutti, occorre riscoprire la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali. Più in concreto, non si può combattere efficacemente la miseria, se non si fa quello che scrive san Paolo ai Corinzi, cioè se non si cerca di “fare uguaglianza”, riducendo il dislivello tra chi spreca il superfluo e chi manca persino del necessario. Ciò comporta scelte di giustizia e di sobrietà, scelte peraltro obbligate dall’esigenza di amministrare saggiamente le limitate risorse della terra. Quando afferma che Gesù Cristo ci ha arricchiti “con la sua povertà”, san Paolo offre un’indicazione importante non solo sotto il profilo teologico, ma anche sul piano sociologico. Non nel senso che la povertà sia un valore in sé, ma perché essa è condizione per realizzare la solidarietà. Quando Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi beni, fa una scelta di testimonianza ispiratagli direttamente da Dio, ma nello stesso tempo mostra a tutti la via della fiducia nella Provvidenza. Così, nella Chiesa, il voto di povertà è l’impegno di alcuni, ma ricorda a tutti l’esigenza del distacco dai beni materiali e il primato delle ricchezze dello spirito. Ecco dunque il messaggio da raccogliere oggi: la povertà della nascita di Cristo a Betlemme, oltre che oggetto di adorazione per i cristiani, è anche scuola di vita per ogni uomo. Essa ci insegna che per combattere la miseria, tanto materiale quanto spirituale, la via da percorrere è quella della solidarietà, che ha spinto Gesù a condividere la nostra condizione umana.
Cari fratelli e sorelle, penso che la Vergine Maria si sia posta più di una volta questa domanda: perché Gesù ha voluto nascere da una ragazza semplice e umile come me? E poi, perché ha voluto venire al mondo in una stalla ed avere come prima visita quella dei pastori di Betlemme? La risposta Maria l’ebbe pienamente alla fine, dopo aver deposto nel sepolcro il corpo di Gesù, morto e avvolto in fasce (cfr Lc 23,53). Allora comprese appieno il mistero della povertà di Dio. Comprese che Dio si era fatto povero per noi, per arricchirci della sua povertà piena d’amore, per esortarci a frenare l’ingordigia insaziabile che suscita lotte e divisioni, per invitarci a moderare la smania di possedere e ad essere così disponibili alla condivisione e all’accoglienza reciproca. A Maria, Madre del Figlio di Dio fattosi nostro fratello, rivolgiamo fiduciosi la nostra preghiera, perché ci aiuti a seguirne le orme, a combattere e vincere la povertà, a costruire la vera pace, che è opus iustitiae. A Lei affidiamo il profondo desiderio di vivere in pace che sale dal cuore della grande maggioranza delle popolazioni israeliana e palestinese, ancora una volta messe a repentaglio dalla massiccia violenza scoppiata nella striscia di Gaza in risposta ad altra violenza. Anche la violenza, anche l’odio e la sfiducia sono forme di povertà – forse le più tremende – “da combattere”. Che esse non prendano il sopravvento! In tal senso i Pastori di quelle Chiese, in questi tristi giorni, hanno fatto udire la loro voce. Insieme ad essi e ai loro carissimi fedeli, soprattutto quelli della piccola ma fervente parrocchia di Gaza, deponiamo ai piedi di Maria le nostre preoccupazioni per il presente e i timori per il futuro, ma altresì la fondata speranza che, con il saggio e lungimirante contributo di tutti, non sarà impossibile ascoltarsi, venirsi incontro e dare risposte concrete all’aspirazione diffusa a vivere in pace, in sicurezza, in dignità. Diciamo a Maria: accompagnaci, celeste Madre del Redentore, lungo tutto l’anno che oggi inizia, e ottieni da Dio il dono della pace per la Terrasanta e per l’intera umanità. Santa Madre di Dio, prega per noi. Amen.
Postato in: Benedetto XVI, Omelie

martedì 30 dicembre 2008

Bagnasco:crisi decisamente aggravata;il compito della Chiesa e quello della politica e della societa'


Eminenza, già nella sua prima prolu­sione nel 2007, lei sottolineò la situa­zione di difficoltà che un numero cre­scente di famiglie si trovava ad af­frontare. Oggi i segnali che vengono dalle parrocchie indicano un peggio­ramento? La situazione si è decisamente aggra­vata e non solo nelle ultime settima­ne. Si è allargata la forbice tra ricchi e poveri, in particolare si è andata im­poverendo la fascia di ceto medio...
Emerge un quadro da chiarire: quali sono i diversi compiti della politica e della società, da un lato, della Chiesa dall’altro? Compito della società e della politica è promuovere la giustizia. E dunque cercare di assicurare a tutti quanto­meno i diritti fondamentali: alla vita, al lavoro, alla casa, a un sostenta­mento dignitoso della propria fami­glia. La missione primaria della Chie­sa è invece l’annuncio del Vangelo di Cristo e quindi la formazione delle co­scienze. Il suo compito non sarebbe però completo se non aggiungesse al­l’annuncio la dimensione della carità, della vicinanza e dunque della pro­mozione umana sul piano sociale e su quello culturale. Perciò la Chiesa si è trovata ad assolvere spesso una fun­zione di supplenza rispetto allo Stato nel soccorrere le persone. Ma la Chie­sa non deve e non vuole surrogare lo Stato, offre piuttosto la sua collabora­zione. Non di meno, la Chiesa è anche chiamata alla profezia e ad operare per un’elevazione culturale del popo­lo secondo un’antropologia che trova le sue radici più profonde nel Vange­lo e, tra l’altro, è alla base della civiltà europea.
Il presidente della Cei vede in termini chiari il quadro della situazione attuale e con altrettanta chiarezza indica i confini di competenza delle varie realtà.
Grazie Presidente, per il suo giudizio che conferma in termini chiari nella odierna intervista su Avvenire quanto il Papa ha spiegato nella Deus Charitas Est e che serve molto come strumento nelle vicende odierne.
Sotto tutta l'intervista di Francesco Riccardi
INTERVISTA A BAGNASCO
«Con chi è nel bisogno. Come sempre»

«Sì, la Chiesa italiana è preoc­cupata per il numero cre­scente di famiglie in diffi­coltà, per i lavoratori che stanno per­dendo il loro posto, per quelli già pre­cari il cui orizzonte occupazionale sembra chiudersi. E ancora per le tan­te persone anziane che faticano sem­pre più a vivere dignitosamente. Co­me potremmo non essere preoccupati per questa crisi? Come sempre la vi­viamo, la condividiamo con il popolo e, certo, intensificheremo ulterior­mente le nostre iniziative per contra­starla. Anzitutto, stando accanto ai più deboli dei quali ben conosciamo i bi­sogni ». L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, affronta il tema della chiusura di que­sto 2008 caratterizzato da un quadro di incertezza senza precedenti. La cri­si economica, in particolare, sembra destinata a minare alla base non solo il benessere della nostra società, ma la sicurezza del lavoro e quindi la possi­bilità stessa di sostenere la propria fa­miglia, realizzare progetti di vita, con riflessi negativi sul complesso della società. Eminenza, già nella sua prima prolu­sione nel 2007, lei sottolineò la situa­zione di difficoltà che un numero cre­scente di famiglie si trovava ad af­frontare. Oggi i segnali che vengono dalle parrocchie indicano un peggio­ramento? La situazione si è decisamente aggra­vata e non solo nelle ultime settima­ne. Si è allargata la forbice tra ricchi e poveri, in particolare si è andata im­poverendo la fascia di ceto medio. Le parrocchie, attraverso i centri di a­scolto, le strutture della Caritas e del­la San Vincenzo hanno già dovuto in­crementare sia i volumi di aiuti ali­mentari, sia i contributi per far fronte alle spese per le utenze e per l’affitto di un numero crescente di famiglie ca­dute in povertà. Segno di un impove­rimento progressivo, anche antece­dente alla recessione, al quale cerca di rispondere la rete fittissima di carità e pronto intervento stesa dalle parroc­chie nel corso degli anni. Possiamo dire, dunque, che la Chie­sa è già in campo su questo fronte. Cos’altro può fare?Bisogna intensificare ancora presen­za e interventi, mobilitando al massi­mo le risorse di cui disponiamo – an­che dell’8 per mille – secondo la tra­dizione viva della Chiesa, secondo la sua missione. D’altro canto, la Chiesa conosce da vicino i problemi veri del­la gente proprio perché è presente in mezzo al popolo con i parroci, i reli­giosi e le religiose, gli operatori pasto­rali. Una conoscenza non solo 'razio­nale', ma esistenziale perché la Chie­sa è chiamata a condividere queste si­tuazioni di bisogno giorno per giorno, a viverle essa stessa. Il giorno di Natale, l’Arcivescovo di Milano ha annunciato la creazione di un fondo di solidarietà attiva. La Dio­cesi di Prato e altri territori hanno in corso progetti più o meno analoghi. Come avete accolto queste iniziative? Molto bene. Ogni forma d’intervento che mira a sollevare le persone dalla condizione di povertà è importante, bene esprime proprio quell’attenzio­ne di cui dicevamo pri­ma. Ma vorrei aggiunge­re che tutte le diocesi ita­liane hanno messo in at­to nel corso degli anni i­niziative di sostegno mi­rate in particolare alla fa­miglia. Faccio due esem­pi che ho sotto gli occhi qui a Genova. Il Centro contro l’usura, che interviene a favo­re di quanti per difficoltà economiche finiscono nella morsa degli usurai. E il Centro emergenza famiglie che of­fre contributi immediati per i nuclei in difficoltà, accompagnandoli però ad azioni volte a rimuovere le cause che hanno prodotto la situazione di e­mergenza temporanea: perdita del la­voro, malattia, separazione, eccetera. A questo proposito, il ministro Bru­netta ha sostenuto che «la Chiesa do­vrebbe fare di più, che oltre a tante at­tività sociali meritorie, svolge altre volte funzioni di immagine che poco si raccordano con le funzioni sociali». Cosa ne pensa? Sinceramente non so a cosa si riferi­sca il ministro quando parla di ragio­ni di immagine. Sono duemila anni che la Chiesa interviene a favore dei più poveri e dei più deboli, o meglio ancora: vive loro accanto. E ciò pro­segue nei secoli perché è la sua mis­sione più originaria: annunciare il Vangelo e promuovere carità e solida­rietà così come Gesù ci ha insegnato. Fra le obiezioni del ministro, spicca quella che in fondo la Chiesa si limi­terebbe a mobilitare fondi che le ven­gono dallo Stato attraverso l’8 per mil­le. Ma è davvero così? Non è una vi­sione piuttosto distorta della funzio­ne sussidiaria di questo strumento? Non è certo una semplice partita di gi­ro. Una parte elevata dei fondi dell’8 per mille è già ora destinata a opere di carità in Italia e nei Paesi in via di svi­luppo, come è noto e come viene pun­tualmente pubblicato. Ma accanto a questi fondi – per i quali siamo profon­damente grati al popolo italiano – viene mobilita­ta un’altra massa assai considerevole di denaro che arriva dalle raccolte nelle singole parrocchie, dall’impegno di enti e as­sociazioni cattoliche e, non ultimo, dai contri­buti di tanti laici che ri­pongono la loro fiducia nella traspa­renza e nell’efficacia delle opere della Chiesa. Emerge un quadro da chiarire: quali sono i diversi compiti della politica e della società, da un lato, della Chiesa dall’altro? Compito della società e della politica è promuovere la giustizia. E dunque cercare di assicurare a tutti quanto­meno i diritti fondamentali: alla vita, al lavoro, alla casa, a un sostenta­mento dignitoso della propria fami­glia. La missione primaria della Chie­sa è invece l’annuncio del Vangelo di Cristo e quindi la formazione delle co­scienze. Il suo compito non sarebbe però completo se non aggiungesse al­l’annuncio la dimensione della carità, della vicinanza e dunque della pro­mozione umana sul piano sociale e su quello culturale. Perciò la Chiesa si è trovata ad assolvere spesso una fun­zione di supplenza rispetto allo Stato nel soccorrere le persone. Ma la Chie­sa non deve e non vuole surrogare lo Stato, offre piuttosto la sua collabora­zione. Non di meno, la Chiesa è anche chiamata alla profezia e ad operare per un’elevazione culturale del popo­lo secondo un’antropologia che trova le sue radici più profonde nel Vange­lo e, tra l’altro, è alla base della civiltà europea. All’Angelus di domenica scorsa, fra gli altri temi, il Papa ha sottolineato la situazione dei lavoratori precari, chiedendo in particolare «condizioni di lavoro dignitose per tutti». Si sta af­frontando in maniera sufficiente que­sto nodo o serve un di più di proget­tazione, di impegno? C’è una rifles­sione che deve compiere anche il mondo cattolico per caratterizzare meglio la sua presenza nel lavoro e nell’impresa?La Chiesa non ha ricette tecniche, ma il Papa ha bene evidenziato un prin­cipio, quella della dignità della perso­na, che deve rimanere centrale. Nel­l’epoca moderna, poi, lo sforzo della Chiesa è stato proprio quello di ope­rare alla radice della povertà, indi­cando criteri di intervento e solleci­tando tutti alla cooperazione. Talvol­ta si è adoperata anche per creare oc­casioni di lavoro. Penso alla promo­zione delle cooperative e di piccole imprese. Penso al progetto Policoro della Chiesa italiana, come a tante al­tre iniziative delle associazioni catto­liche. Magari sono piccoli numeri nel complesso dell’occupazione, ma rap­presentano risposte concrete e linee di indirizzo, una ricchezza offerta a tut­to il Paese. Questa fine d’anno è segnata anche da un altro evento emblematico: la precarietà della vita di Eluana Engla­ro, davvero appesa a un filo. Al di là delle ragioni per le quali l’ipotesi di sospendere l’alimentazione andreb­be rigettata, ponendo avanti la carità, quale argomento utilizzerebbe per scongiurare a non togliere la vita a E­luana? Indico l’esempio delle suore: la rispo­sta di amore con cui hanno accudito Eluana in tutti questi anni e ancora si offrono di fare. Questo sarebbe il com­portamento che una società civile do­vrebbe tenere. Qui non c’è accani­mento terapeutico o cure sanitarie particolari, c’è l’accogliere una perso­na nel suo bisogno e accudirla. Con premura di sorelle. Con amore.
Francesco Riccardi