lunedì 24 settembre 2012

Il no dell'Australia

ai matrimoni omosessuali

Sydney, 22. Con 42 voti a favore e 98 contrari la camera dei rappresentanti australiana ha inferto una pesante sconfitta alla proposta di legge che prevedeva la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Anche i leader dei due maggiori partiti, il primo ministro Julia Gillard (presente alla votazione e che ha lasciato libertà di coscienza) per il labour e Tony Abbot per i conservatori, hanno entrambi espresso voto contrario alla legge. Soddisfazione per l'esito del voto è stata espressa da diverse organizzazioni cristiane australiane, le quali hanno ringraziato i membri del Parlamento per aver garantito che i matrimoni rimangano tra uomo e donna. La maggioranza dei parlamentari laburisti ha votato secondo coscienza e non seguendo le indicazioni del partito, mentre l'opposizione si è espressa in modo compatto contro il provvedimento.
"Il voto schiacciante alla Camera dei Rappresentanti a favore del matrimonio tra un uomo e una donna - ha dichiarato Chris Meney, direttore del Centro per la vita, il matrimonio e la famiglia dell'Arcidiocesi di Sydney - è stato molto apprezzato. È anche un voto che conferma la verità di come il matrimonio è sempre stato interpretato: l'unione tra un uomo e una donna".


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Ai partecipanti all'Incontro promosso dall'Internazionale Democratico-Cristiama, Benedetto XVI, 22 settembre 2012

Ai partecipanti all'Incontro promosso dall'Internazionale Democratico-Cristiama, Benedetto XVI, 22 settembre 2012

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO
DALL'INTERNAZIONALE DEMOCRATICO-CRISTIANA

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, Sala degli Svizzeri
Sabato, 22 settembre 2012

 

Signor Presidente,
onorevoli Parlamentari,
distinti Signore e Signori!

Sono lieto di ricevervi durante i lavori del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Democratico-Cristiana, e desidero, anzitutto, rivolgere un cordiale saluto alle numerose Delegazioni, provenienti da tante nazioni del mondo. Saluto in particolare il Presidente, On. Pier Ferdinando Casini, che ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto a vostro nome. È trascorso un lustro dal nostro precedente incontro ed in questo tempo l'impegno dei cristiani nella società non ha cessato di essere vivace fermento per un miglioramento delle relazioni umane e delle condizioni di vita. Questo impegno non deve conoscere flessioni o ripiegamenti, ma al contrario va profuso con rinnovata vitalità, in considerazione del persistere e, per alcuni versi, dell'aggravarsi delle problematiche che abbiamo dinanzi.

Un rilievo crescente assume l'attuale situazione economica, la cui complessità e gravità giustamente preoccupa, ma dinanzi alla quale il cristiano è chiamato ad agire e ad esprimersi con spirito profetico, capace cioè di cogliere nelle trasformazioni in atto l'incessante quanto misteriosa presenza di Dio nella storia, assumendo così con realismo, fiducia e speranza le nuove emergenti responsabilità. «La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, diventando così occasione di discernimento e di nuova progettualità» (Enc. Caritas in veritate, 21).

E' in questa chiave, fiduciosa e non rassegnata, che l'impegno civile e politico può ricevere nuovo stimolo ed impulso nella ricerca di un solido fondamento etico, la cui assenza in campo economico ha contribuito a creare l'attuale crisi finanziaria globale (Discorso alla Westminster Hall, Londra, 17 settembre 2010). Il contributo politico ed istituzionale di cui voi siete portatori non potrà quindi limitarsi a rispondere alle urgenze di una logica di mercato, ma dovrà continuare ad assumere come centrale ed imprescindibile la ricerca del bene comune, rettamente inteso, come pure la promozione e la tutela della inalienabile dignità della persona umana. Oggi risuona quanto mai attuale l'insegnamento conciliare secondo cui «nell'ordinare le cose ci si deve adeguare all'ordine delle persone e non il contrario» (Gaudium et spes, 26). Un ordine, questo della persona, che «ha come fondamento la verità, si edifica nella giustizia» ed «è vivificato dall'amore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1912) ed il cui discernimento non può procedere senza una costante attenzione alla Parola di Dio ed al Magistero della Chiesa, particolarmente da parte di coloro che, come voi, ispirano la propria attività ai principi ed ai valori cristiani.

Sono purtroppo molte e rumorose le offerte di risposte sbrigative, superficiali e di breve respiro ai bisogni più fondamentali e profondi della persona. Ciò fa considerare tristemente attuale il monito dell'Apostolo, quando mette in guardia il discepolo Timoteo dal giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3).

Gli ambiti nei quali si esercita questo decisivo discernimento sono proprio quelli concernenti gli interessi più vitali e delicati della persona, lì dove hanno luogo le scelte fondamentali inerenti il senso della vita e la ricerca della felicità. Tali ambiti peraltro non sono separati, ma profondamente collegati, sussistendo tra di essi un evidente continuum costituito dal rispetto della dignità trascendente della persona umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1929), radicata nel suo essere immagine del Creatore e fine ultimo di ogni giustizia sociale autenticamente umana. Il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale - con conseguente rifiuto dell'aborto procurato, dell'eutanasia e di ogni pratica eugenetica - è un impegno che si intreccia infatti con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare. E' nella famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita» (Discorso alle Autorità, Milano, 2 giugno 2012), che la persona sperimenta la condivisione, il rispetto e l'amore gratuito, ricevendo al tempo stesso – dal bambino al malato, all'anziano – la solidarietà che gli occorre. Ed è ancora la famiglia a costituire il principale e più incisivo luogo educativo della persona, attraverso i genitori che si mettono al servizio dei figli per aiutarli a trarre fuori («e-ducere») il meglio di sé. La famiglia, cellula originaria della società, è pertanto radice che alimenta non solo la singola persona, ma anche le stesse basi della convivenza sociale. Correttamente quindi il Beato Giovanni Paolo II aveva incluso tra i diritti umani il «diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità» (Enc. Centesimus annus, 44).

Un autentico progresso della società umana non potrà dunque prescindere da politiche di tutela e promozione del matrimonio e della comunità che ne deriva, politiche che spetterà non solo agli Stati ma alla stessa Comunità internazionale adottare, al fine di invertire la tendenza di un crescente isolamento dell'individuo, fonte di sofferenza e di inaridimento sia per il singolo sia per la stessa comunità.

Onorevoli Signore e Signori, se è vero che della difesa e della promozione della dignità della persona umana «sono rigorosamente e responsabilmente debitori gli uomini e le donne in ogni congiuntura della storia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1929), è altrettanto vero che tale responsabilità concerne in modo particolare quanti sono chiamati a ricoprire un ruolo di rappresentanza. Essi, specialmente se animati dalla fede cristiana, devono essere «capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Gaudium et spes, 31). Utilmente risuona in questo senso il monito del libro della Sapienza, secondo cui «il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto» (Sap 6,5); monito dato però non per spaventare, ma per spronare e incoraggiare i governanti, ad ogni livello, a realizzare tutte le possibilità di bene di cui sono capaci, secondo la misura e la missione che il Signore affida a ciascuno.

Auguro quindi ad ognuno di voi di proseguire con entusiasmo e decisione nell'impegno personale e pubblico, e assicuro il ricordo nella preghiera affinché Dio benedica voi e i vostri familiari. Grazie per l'attenzione.

   

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mercoledì 12 settembre 2012

Fwd: Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci



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Inizio messaggio inoltrato:

Da: lo Straniero <antonio.socci.web@gmail.com>
Data: 11 settembre 2012 09:03:14 CEST
A: mpoloni@yahoo.com
Oggetto: Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci

lo Straniero

Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci


DON GIUSSANI E IL CARDINAL MARTINI. IL MONDO E LA CHIESA

Posted: 10 Sep 2012 01:50 PM PDT

Sul quotidiano della Cei "Avvenire" del 1° settembre, Marina Corradi – intervistando il cardinal Ruini – ha notato che su temi come fecondazione artificiale o unioni omosessuali, "Martini sembrava più aperto alle ragioni di certa cultura laica" e "ha espresso pubblicamente posizioni chiaramente lontane da quelle della Cei".

Il Cardinal Ruini ha risposto: "Non lo nego, come non nascondo che resto intimamente convinto della fondatezza delle posizioni della Cei, che sono anche quelle del magistero pontificio e hanno una profonda radice antropologica".

Una parola chiara da considerare bene, anche perché pronunciata dal cardinale che per decenni è stato – per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – il Vicario del Papa a Roma e la guida dei vescovi italiani (tuttora, pur in pensione, è uno dei più importanti collaboratori del Papa).

 

Nel frattempo dentro CL è nato un interessante dibattito che prende spunto dalla lettera di don Carron al Corriere su Martini.

Alcuni miei amici "romani" (Massimo Borghesi e Alessandro Banfi, ma anche il milanese Gianni Mereghetti) mi pare si spingano sul "Sussidiario" fino a ideologizzare su un semplice gesto di carità, di realismo e di amore alla Chiesa, quasi che don Carron avesse ribaltato i giudizi espressi nella sua lettera riservata al Papa, che abusivamente è stata resa pubblica da Vatileaks.

Ma non è così. A me pare che i contenuti di quella lettera di Carron, che raccoglie poi il giudizio storico di don Giussani, restino del tutto validi e non siano affatto contraddetti dalla lettera al Corriere.

Inoltre il mio amico Borghesi (che è sempre interessante leggere)  rischia involontariamente di far pensare che don Giussani, Martini e Benedetto XVI  avessero la stessa posizione e lo stesso giudizio sulla situazione della Chiesa e sull'affronto della modernità.

Sinceramente c'è una letteratura amplissima che dimostra il contrario e più ancora delle cose scritte, c'è la storia. A cominciare dalle scelte pubbliche di Martini relativamente all'impostazione e alle decisioni di Benedetto XVI… .

Vorrei dunque dare un piccolo contributo riportando qualche pagina di don Giussani, a cominciare da quella dove (significativamente!) colloca Martini nell'orizzonte teologico rahneriano, molto avversato dalla migliore teologia cattolica e certamente estraneo alla tradizione ambrosiana all'interno della quale nasce Comunione e liberazione.

 

  1.  DON GIUSSANI E IL CARDINAL MARTINI

 

DA LUIGI GIUSSANI, "INTERVISTA SU COMUNIONE E LIBERAZIONE" (A CURA DI ROBI RONZA) 

 

"Con l'attuale presule, il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini, le cose sono inevitabilmente cambiate per delle ragioni oggettive (il cardinale Martini ha percorso un itinerario spirituale e intellettuale suo), che comunque non intaccano quella precisa volontà di costante riferimento all'autorità episcopale del luogo che, come già ebbi occasione di affermare, è uno degli elementi caratteristici dell'esperienza di CL.

Con il cardinale Martini, infatti, il governo culturale e dottrinale della diocesi di Milano ha cominciato a muoversi nell'ambito di una scuola di pensiero teologico direi rahneriana.

Stando così le cose, noi non possiamo che restare fedeli alla nostra identità ed alla tradizione cui sempre ci siamo riferiti con viva attenzione al nuovo, nella certezza che lo Spirito Santo saprà rendere fertile per la Chiesa la coesistenza a Milano e nella sua diocesi di due posizioni pur tra loro originalmente eterogenee.

Un elemento di rilievo del nuovo pensiero teologico è anche un'accentuazione del ruolo della Chiesa locale che, mentre sottolinea giustamente l'importanza di un nesso organico tra tutte le esperienze ecclesiali nella vita della diocesi in unità col Vescovo, sembra esigere da esse una generale uniformità, intesa come condizione facilitante della loro convivenza e collaborazione; sembra esigere insomma un'omologazione che, tanto più nel nostro caso, è difficile da concepire".

 

 

Nota mia:

Questo tentativo di omologazione e di emarginazione dell'esperienza di CL c'è stata, come riconosce sinceramente lo stesso cardinale Martini nella lettera pastorale del 2001/2002: «Chiedo perdono ai gruppi, alle associazioni e ai movimenti che si fossero sentiti poco valorizzati o sostenuti da me. Ho sempre goduto di fronte a testimonianze autentiche di vangelo vissuto, dovunque si trovassero, ma ho avuto anche difficoltà nel comprendere alcune logiche che mi sembravano particolaristiche e autoreferenziali. Ho sognato che parrocchie e movimenti potessero unire le energie, riconoscendo ciascuno i propri doni e uscendo dai particolarismi, ma il cammino appare ancora lungo. Come Vescovo ho sentito una istintiva preferenza per la centralità della pastorale diocesana e parrocchiale. L'onestà dell'intenzione non basta certo a soddisfare chi ritenesse di essere stato poco curato o amato: per questo chiedo perdono, e affido alla misericordia di Dio la maturazione dei semi di bene lanciati nel dialogo che mi pare di avere sempre cercato».

 

 

  1. 2.   DON GIUSSANI, LA MODERNITA' E IL MODERNISMNO

 

 

DA DON LUIGI GIUSSANI: "L'IO, IL POTERE E LE OPERE" pagg. 205-207

 

"Il mio parere – dice don Giussani – è che certa teologia

cattolica ha assunto accenti protestanti.

Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola.

Ora, anche il Vangelo di Giovanni dice: «In principio

era la Parola», ma per dire che la Parola si è fatta carne.

E, in effetti, il cristianesimo sorge con un uomo, con un fatto.

C'è una bella frase di Dostoevskij: «Il fatto più drammatico

è che Dio, il Mistero che fa tutte le cose, sia

coinciso con un uomo».

È diventato uomo – urla quasi don Giussani —, e da quel momento quel punto fisico si è dilatato nella storia. E la fisionomia di questo sviluppo si chiama Chiesa.

Se il cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema «Qual è l'ultima cattedra per interpretare questa parola?» non si potrebbe che rispondere come ha risposto l'epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo.

Ma se il cristianesimo è un fatto, l'ultima cattedra è un fatto umano: la Chiesa con la sua Autorità. Con ultimo garante il Papa. E se è così, tutti gli aspetti umani sono investiti, si intrecciano tra loro.

Il cattolicesimo non si vive «da soli». Lo dico sempre ai ragazzi: io non posso barare con voi, ma neppure voi con me".

 

 

DA DON LUIGI GIUSSANI, IL SENSO DI DIO E L'UOMO MODERNO, P. 119

(CAPITOLO PRIMO LA PROTESTANTIZZAZIONE DEL CRISTIANESIMO)

Di fronte alla situazione di ateismo esistenziale e pratico che abbiamo descritto, ma anche di fronte all'urgenza di un nesso col destino, cioè di una religiosità autentica, che abbiamo rilevato, sarebbe assolutamente necessario che il significato della vita ridiventasse amico della vita.

Il cristianesimo è entrato nel mondo per contestare quella rovina dell'uomo che si perpetra laddove l'uomo perde il nesso con Dio. Esso è l'annuncio del Dio fatto uomo e dovrebbe costituire l'opposizione più determinante all'ostracizzazione odierna del rapporto con l'infinito dalle vicende della vita.

Ricordiamo che Cristo disse prima di morire, pregando il Padre: «Non ti prego per il mondo». E intendeva con quest'espressione riferirsi non certo alla creazione che ci offre le stelle, il mare, la tenerezza e l'amore, ma alla realtà, che tristemente può comprendere anche le stelle, il mare, la tenerezza e l'amore, affrontata senza il rapporto ultimo col divino.

Questo è il mondo per cui Cristo non prega: la realtà affrontata a prescindere da Dio; di fatto, una realtà così manipolata tenderebbe a distruggere quell'uomo che Cristo è venuto a salvare. Ma oggi il fatto cristiano si presenta nel mondo profondamente ridotto.

Non è quella presenza in lotta contro la rovina dell'uomo, così come dovrebbe essere. Non lo è se non potenzialmente. Parlando di questa riduzione voglio specificare che non parlo dell'incoerenza etica.

Da quando il Signore è venuto, infatti, la Chiesa ha reso avveduto l'uomo della verità fondamentale che egli è peccatore, e che Cristo è venuto appunto per i peccatori.

Non parlo di quella fragilità terribile cui accennava anche il brano teatrale di Ibsen citato prima, per cui l'uomo non riesce da solo a stare in piedi, ad essere se stesso. Non parlo di questo: Cristo è venuto proprio perché noi potessimo, appoggiandoci a Lui, camminare, lentamente, ma camminare.

Parlo invece di una riduzione del cristianesimo nel modo di vivere la sua natura. Il mio parere è che il cristianesimo del nostro tempo è stato come angustiato, debilitalo e affievolito da un influsso che potremmo definire «protestante».

Non è questa la sede per soffermarci a descrivere la profondità religiosa da cui il protestantesimo nasce o cui può giungere; ciò che sto per dire è una critica non certo al mondo protestante, ma alla realtà cattolica, starei per dire all'intelligenza cattolica, che oggi si presenta gravemente protestantizzata.

L'osservazione capitale che motiva tale giudizio sta nella riduzione del cristianesimo a «Parola» («Parola di Dio», «Evangelo», o semplicemente «Parola»). Ciò lascia spazio a conseguenze decisive per una cultura.

1)  Il soggettivismo Quella riduzione apre, dal punto di vista metodologico, ad un soggettivismo inevitabile che, da un punto di vista pratico, favorisce una sentimentalità e un pietismo. In questo modo la parola di Dio avrebbe come ultimo criterio interpretati

lunedì 10 settembre 2012

Comunione e liberazione – LA SOFFERENZA DI UN POPOLO – lo Straniero

Un bella sintesi sulle motivazioni degli ultimi scritti di Carron a difesa della Chiesa
e la sua unità.

Comunione e liberazione – LA SOFFERENZA DI UN POPOLO

C'è una cosa che mi stupisce da quarant'anni: l'odio contro Comunione e liberazione. Cominciò alla sua  nascita, nei primi anni Settanta, anche come violenza fisica contro militanti e sedi del movimento da parte degli estremisti politici di quegli anni.

Ma soprattutto con attacchi di stampa: memorabile l'accusa di finanziamenti della Cia, dimostratasi del tutto falsa, ma che il movimento pagò subendo una durissima intolleranza.

A quel tempo CL pativa pure una forte ostilità dei più potenti ambienti clericali che solo l'arrivo di Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger costrinse a riconoscere la positiva e libera presenza dei movimenti nella Chiesa.

Oggi non c'è più la violenza fisica. Ma l'ostilità immotivata e furiosa rimane. E' una macchina del fango vera e antica di cui nessuno ha mai chiesto scusa. E che  continua.

Per esempio giovedì il titolo di un articolo del "Fatto quotidiano" tira in ballo CL con "un'accusa tanto assurda quanto infamante", protestava ieri il portavoce di CL, Savorana, che prospettava azioni legali.

Sotto la protesta di Savorana c'era la minuscola risposta del giornale dove si ammette che "effettivamente il titolo non rispecchia il contenuto dell'articolo".  Ovvero: CL non c'entra.

Chiedere scusa, no? Neanche per idea. Anzi, nella pagina a fianco c'era un articolo dove si lanciava un altro attacco a CL su altri temi ("CL, giù le mani dalla sanità").

Sempre ieri, sul magazine di Repubblica, "Il Venerdì", un articolista fantasioso cerca di legare CL pure al triste caso del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele. Personaggio totalmente sconosciuto a CL, ma che il giornalista dice "reclutato" dal Centro internazionale di CL (ovviamente senza portare il minimo argomento e la minima prova o testimonianza).

Si fa giornalismo così? Pare di sì. Tanto nessuno chiede scusa e nessuno ricorda che fra le principali vittime di Vatileaks c'è proprio CL, perché, fra le altre cose, i Corvi hanno prelevato e divulgato la lettera riservata al Papa, sulla diocesi di Milano, firmata da don Carron (attuale leader di CL).

Anche su questa lettera c'è stata un'assurda disinformazione. Partecipavo lunedì scorso all' "Infedele" e incredulo ho dovuto ascoltare uno degli ospiti, fra l'altro uno storico, oggi editorialista di "Repubblica", che citava tale lettera come se fosse stata un'iniziativa di CL a cui seguì il siluramento del cardinale Tettamanzi per motivi politici (di vicinanza al centrosinistra), sostituito da Scola.

E' surreale. Le cose stanno in modo totalmente diverso (e Lerner non mi dette la possibilità di replicare). Il cardinale Tettamanzi – che non fu affatto defenestrato, anzi, il Papa allungò di due anni il suo mandato – era ormai in scadenza.

E il Vaticano – tramite il Nunzio, Bertello – nel febbraio 2011 attivò la prassi consueta, in questi casi, ovvero consultare per la nomina del successore i vescovi lombardi, i cardinali di nascita ambrosiana, poi sacerdoti, associazioni e movimenti ecclesiali della diocesi milanese.

Pareri confidenziali chiesti dal Vaticano a tutti, anche a CL, com'è ovvio. Ma le lettere di tutti sono rimaste segrete, quella di CL invece è stata abusivamente resa nota. Con evidenti, pesanti contraccolpi.

Era infatti un documento delicato. Carron, rispondendo "alla sua richiesta", segnalava al Nunzio la necessità di un Pastore "che sappia rinsaldare i legami con Roma e con Pietro" e "annunciare con coraggio e fascino esistenziale la gioia di essere cristiani, essere Pastore di tutto il gregge e non di una parte soltanto".

Carron infatti aveva rilevato prima i problemi della diocesi (dalla "grave crisi delle vocazioni" al "disorientamento dei fedeli" dovuto a varie scelte discutibili).

In particolare notava – in linea con i giudizi espressi da don Giussani – che "negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una rottura della tradizione ambrosiana" (la "profonda unità fra fede e vita") e questo ha accentuato "la frattura caratteristica della modernità tra sapere e credere" riducendo l'esperienza cristiana a "intimismo e moralismo".

Inoltre nella cultura "un malinteso senso del dialogo" finisce per sconfinare "in posizioni relativistiche". Mentre "l'insegnamento teologico (…) si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero".

Infine "la presenza dei movimenti è tollerata, ma essi vengono sempre considerati più come un problema che come una risorsa" sebbene "i loro membri forniscano, per fare un solo esempio, centinaia e centinaia di catechisti".

In effetti da parte di don Giussani e di CL c'è sempre stata una continua e convinta offerta di collaborazione al vescovo, ma è mancata la disponibilità della Curia e la valorizzazione dei movimenti.

Lo si può dire con certezza perché lo ha confessato lo stesso cardinale Martini (con encomiabile sincerità) in quella sorta di testamento spirituale che è la lettera pastorale 2001/2002.

A differenza di Martini certi sedicenti "martiniani" non conoscono autocritiche.

Così, quando – in modo arbitrario – è stato fatto uscire il "voto sub secreto" di Carron, dimenticando che tutte le associazioni ecclesiali avevano espresso le loro opinioni e i loro voti, invece di solidarizzare con colui che aveva subito un torto, hanno protestato contro Carron per le idee espresse nella risposta alla Santa Sede.

Poi, questi campioni di tolleranza, hanno preteso dal cardinale Scola che sconfessasse Carron e CL. Il vescovo ha spiegato ciò che fra persone libere e tolleranti non ci sarebbe bisogno di spiegare, ovvero che "quello che ha scritto don Carron è il suo pensiero".

Qualcuno, fra i "tolleranti", vuole impedire la libertà di pensiero? Poi ha aggiunto che lui, come arcivescovo di Milano, si era già espresso con grande stima sui suoi due predecessori durante la visita del Papa, mostrando continuità di azione e concludendo: "nella Chiesa ambrosiana lo spirito di comunione è perseguito come l'insostituibile cemento dell'unità".

Scola, che maturò in CL la sua vocazione sacerdotale, vive il suo episcopato come amore per la Chiesa intera e per la sua unità (come don Giussani ha sempre insegnato).

Per questo la sua omelia al funerale di Martini ha valorizzato al massimo l'episcopato del predecessore. Anche per sottrarre la sua figura –uno dei più importanti principi della Chiesa – a chi, da fuori, vuole usarlo contro la Chiesa.

Si inserisce in questo quadro la recente lettera di don Carron al Corriere, nella quale sottolinea diversi aspetti positivi dell'episcopato di Martini e il suo buon rapporto personale con don Giussani: "Per questo ci rincresce e ci addolora se non abbiamo trovato sempre il modo più adeguato di collaborare alla sua ardua missione e se possiamo aver dato pretesto per interpretazioni equivoche del nostro rapporto con lui, a cominciare da me stesso. Un rapporto che non è mai venuto meno all'obbedienza al Vescovo a qualunque costo, come ci ha sempre testimoniato don Giussani".

E' una mano tesa a coloro che lo avevano contestato (che sempre parlano di "dialogo") per evitare alla Chiesa di Milano polemiche inutili e distruttive. Carron arriva per questo ad assumersi "colpe" che – sicuramente – non ci furono.

Con un "mea culpa" ancora più forte, pochi mesi fa, lo stesso Carron cercò di sottrarre il movimento ecclesiale agli attacchi che da settimane sui media investivano il presidente della Regione Lombardia, Formigoni, proveniente da CL, ma uomo politico autonomo da decenni.

Questo "porgere l'altra guancia", questo dare anche la tunica a chi ti chiede il mantello, può essere frainteso dal mondo che lo interpreta come debolezza o resa culturale. Lo fraintende anche qualche zelante fan, che sfiorando l'adulazione parla di svolta di CL e addirittura di "profetismo" di Carron.

In realtà è semplicemente "carità" e sacrificio per amore alla Chiesa: è quello che don Giussani ha insegnato da sempre. Benedetto XVI è un testimone commovente di questa misericordia paziente e intelligente.

 

Antonio Socci

Da "Libero", 8 settembre 2012

Per discuterne vai su Facebook: "Antonio Socci pagina ufficiale"

 

 

 

 



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giovedì 6 settembre 2012

nella preghiera che avvertiamo in modo sempre crescente la presenza di Gesù

Udienza Generale, 5 settembre 2012, Benedetto XVI

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 5 settembre 2012

[Video]

 

La preghiera nella prima parte dell'Apocalisse (AP 1,4-3,22)

Cari fratelli e sorelle,

oggi, dopo l'interruzione delle vacanze, riprendiamo le Udienze in Vaticano, continuando in quella «scuola della preghiera» che sto vivendo insieme con voi in queste Catechesi del mercoledì.

Oggi vorrei parlare della preghiera nel Libro dell'Apocalisse, che, come sapete, è l'ultimo del Nuovo Testamento. E' un libro difficile, ma che contiene una grande ricchezza. Esso ci mette in contatto con la preghiera viva e palpitante dell'assemblea cristiana, radunata «nel giorno del Signore» (Ap 1,10): è questa infatti la traccia di fondo in cui si muove il testo.

Un lettore presenta all'assemblea un messaggio affidato dal Signore all'Evangelista Giovanni. Il lettore e l'assemblea costituiscono, per così dire, i due protagonisti dello sviluppo del libro; ad essi, fin dall'inizio, viene indirizzato un augurio festoso: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia» (1,3). Dal dialogo costante tra loro, scaturisce una sinfonia di preghiera, che si sviluppa con grande varietà di forme fino alla conclusione. Ascoltando il lettore che presenta il messaggio, ascoltando e osservando l'assemblea che reagisce, la loro preghiera tende a diventare nostra.

La prima parte dell'Apocalisse (1,4-3,22) presenta, nell'atteggiamento dell'assemblea che prega, tre fasi successive. La prima (1,4-8) è costituita da un dialogo che – unico caso nel Nuovo Testamento – si svolge tra l'assemblea appena radunata e il lettore, il quale le rivolge un augurio benedicente: «Grazia a voi e pace» (1,4). Il lettore prosegue sottolineando la provenienza di questo augurio: esso deriva dalla Trinità: dal Padre, dallo Spirito Santo, da Gesù Cristo, coinvolti insieme nel portare avanti il progetto creativo e salvifico per l'umanità. L'assemblea ascolta e, quando sente nominare Gesù Cristo, ha come un sussulto di gioia e risponde con entusiasmo, elevando la seguente preghiera di lode: «A colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (1,5b-6). L'assemblea, avvolta dall'amore di Cristo, si sente liberata dai legami del peccato e si proclama «regno» di Gesù Cristo, che appartiene totalmente a Lui. Riconosce la grande missione che con il Battesimo le è stata affidata di portare nel mondo la presenza di Dio. E conclude questa sua celebrazione di lode guardando di nuovo direttamente a Gesù e, con entusiasmo crescente, ne riconosce «la gloria e la potenza» per salvare l'umanità. L'«amen» finale conclude l'inno di lode a Cristo. Già questi primi quattro versetti contengono una grande ricchezza di indicazioni per noi; ci dicono che la nostra preghiera deve essere anzitutto ascolto di Dio che ci parla. Sommersi da tante parole, siamo poco abituati ad ascoltare, soprattutto a metterci nella disposizione interiore ed esteriore del silenzio per essere attenti a ciò che Dio vuole dirci. Tali versetti ci insegnano inoltre che la nostra preghiera, spesso solo di richiesta, deve essere invece anzitutto di lode a Dio per il suo amore, per il dono di Gesù Cristo, che ci ha portato forza, speranza e salvezza.

Un nuovo intervento del lettore richiama poi all'assemblea, afferrata dall'amore di Cristo, l'impegno a coglierne la presenza nella propria vita. Dice così: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto» (1,7a). Dopo essere salito al cielo in una «nube», simbolo della trascendenza (cfr At 1,9), Gesù Cristo ritornerà così come è salito al Cielo (cfr At 1,11b). Allora tutti i popoli lo riconosceranno e, come esorta san Giovanni nel Quarto Vangelo, «volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto» (19,37). Penseranno ai propri peccati, causa della sua crocifissione, e, come coloro che avevano assistito direttamente ad essa sul Calvario, «si batteranno il petto» (cfr Lc 23,48) chiedendogli perdono, per seguirlo nella vita e preparare così la comunione piena con Lui, dopo il suo ritorno finale. L'assemblea riflette su questo messaggio e dice: «Sì. Amen!» (Ap 1,7b). Esprime col suo «sì» l'accoglienza piena di quanto le è comunicato e chiede che questo possa davvero diventare realtà. E' la preghiera dell'assemblea, che medita sull'amore di Dio manifestato in modo supremo sulla Croce e chiede di vivere con coerenza da discepoli di Cristo. E c'è la risposta di Dio: «Io sono l'Alfa e l'Omèga, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente!» (1,8). Dio, che si rivela come l'inizio e la conclusione della storia, accoglie e prende a cuore la richiesta dell'assemblea. Egli è stato, è, e sarà presente e attivo con il suo amore nelle vicende umane, nel presente, nel futuro, come nel passato, fino a raggiungere il traguardo finale. Questa è la promessa di Dio. E qui troviamo un altro elemento importante: la preghiera costante risveglia in noi il senso della presenza del Signore nella nostra vita e nella storia, e la sua è una presenza che ci sostiene, ci guida e ci dona una grande speranza anche in mezzo al buio di certe vicende umane; inoltre, ogni preghiera, anche quella nella solitudine più radicale, non è mai un isolarsi e non è mai sterile, ma è la linfa vitale per alimentare un'esistenza cristiana sempre più impegnata e coerente.

La seconda fase della preghiera dell'assemblea (1,9-22) approfondisce ulteriormente il rapporto con Gesù Cristo: il Signore si fa vedere, parla, agisce, e la comunità, sempre più vicina a Lui, ascolta, reagisce ed accoglie. Nel messaggio presentato dal lettore, san Giovanni racconta una sua esperienza personale di incontro con Cristo: si trova nell'isola di Patmos a causa della «parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (1,9) ed è il «giorno del Signore» (1,10a), la domenica, nella quale si celebra la Risurrezione. E san Giovanni viene «preso dallo Spirito» (1,10a). Lo Spirito Santo lo pervade e lo rinnova, dilatando la sua capacità di accogliere Gesù, il Quale lo invita a scrivere. La preghiera dell'assemblea che ascolta, assume gradualmente un atteggiamento contemplativo ritmato dai verbi «vede», «guarda»: contempla, cioè, quanto il lettore le propone, interiorizzandolo e facendolo suo.

Giovanni ode «una voce potente, come di tromba» (1,10b): la voce gli impone di inviare un messaggio «alle sette Chiese» (1,11) che si trovano nell'Asia Minore e,attraverso di esse, a tutte le Chiese di tutti i tempi, unitamente ai loro Pastori. L'espressione «voce … di tromba», presa dal libro dell'Esodo (cfr 20,18), richiama la manifestazione divina a Mosè sul monte Sinai e indica la voce di Dio, che parla dal suo Cielo, dalla sua trascendenza. Qui è attribuita a Gesù Cristo Risorto, che dalla gloria del Padre parla, con la voce di Dio, all'assemblea in preghiera. Voltatosi «per vedere la voce» (1,12), Giovanni scorge «sette candelabri d'oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d'uomo» (1,12-13), termine particolarmente familiare a Giovanni, che indica Gesù stesso. I candelabri d'oro, con le loro candele accese, indicano la Chiesa di ogni tempo in atteggiamento di preghiera nella Liturgia: Gesù Risorto, il «Figlio dell'uomo», si trova in mezzo ad essa e, rivestito delle vesti del sommo sacerdote dell'Antico Testamento, svolge la funzione sacerdotale di mediatore presso il Padre. Nel messaggio simbolico di Giovanni, segue una manifestazione luminosa di Cristo Risorto, con le caratteristiche proprie di Dio, che ricorrono nell'Antico Testamento. Si parla dei «capelli… candidi, simili a lana candida come neve» (1,14), simbolo dell'eternità di Dio (cfr Dn 7,9) e della Risurrezione. Un secondo simbolo è quello del fuoco, che, nell'Antico Testamento, viene spesso riferito a Dio per indicare due proprietà. La prima è l'intensità gelosa del suo amore, che anima la sua alleanza con l'uomo (cfr Dt 4,24). Ed è questa stessa intensità bruciante dell'amore che si legge nello sguardo di Gesù Risorto: «i suoi occhi erano come fiamma di fuoco» (Ap 1,14a). La seconda è la capacità inarrestabile di vincere il male come un «fuoco divoratore» (Dt 9,3). Così anche «i piedi» di Gesù, in cammino per affrontare e distruggere il male, hanno l'incandescenza del «bronzo splendente» (Ap 1,15). La voce di Gesù Cristo poi, «simile al fragore di grandi acque» (1,15c), ha il frastuono impressionante «della gloria del Dio di Israele» che si muove verso Gerusalemme, di cui parla il profeta Ezechiele (cfr 43,2). Seguono ancora tre elementi simbolici che mostrano quanto Gesù Risorto stia facendo per la sua Chiesa: la tiene saldamente nella sua mano destra - un'immagine molto importante: Gesù tiene la Chiesa nella sua mano - le parla con la forza penetrante di una spada affilata, e le mostra lo splendore della sua divinità: «il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza» (Ap 1,16). Giovanni è talmente preso da questa stupenda esperienza del Risorto, che si sente venire meno e cade come morto.

Dopo questa esperienza di rivelazione, l'Apostolo ha davanti il Signore Gesù che parla con lui, lo rassicura, gli pone una mano sulla testa, gli dischiude la sua identità di Crocifisso Risorto e gli affida l'incarico di trasmettere un suo messaggio alle Chiese (cfr Ap 1,17-18). Una cosa bella questo Dio davanti al quale viene meno, cade come morto. E' l'amico della vita, e gli pone la mano sulla testa. E così sarà anche per noi: siamo amici di Gesù. Poi la rivelazione del Dio Risorto, del Cristo Risorto, non sarà tremenda, ma sarà l'incontro con l'amico. Anche l'assemblea vive con Giovanni il momento particolare di luce davanti al Signore, unito, però, all'esperienza dell' incontro quotidiano con Gesù, avvertendo la ricchezza del contatto con il Signore, che riempie ogni spazio dell'esistenza.

Nella terza ed ultima fase della prima parte dell'Apocalisse (Ap 2-3), il lettore propone all'assemblea un messaggio settiforme in cui Gesù parla in prima persona. Indirizzato a sette Chiese situate nell'Asia Minore intorno ad Efeso, il discorso di Gesù parte dalla situazione particolare di ciascuna Chiesa, per poi estendersi alle Chiese di ogni tempo. Gesù entra subito nel vivo della situazione di ciascuna Chiesa, evidenziandone luci e ombre e rivolgendole un pressante invito: «Convertiti» (2,5.16; 3,19c); «Tieni saldo quello che hai» (3,11); «compi le opere di prima» (2,5); «Sii dunque zelante e convertiti» (3,19b)... Questa parola di Gesù, se ascoltata con fede, inizia subito ad essere efficace: la Chiesa in preghiera, accogliendo la Parola del Signore viene trasformata. Tutte le Chiese devono mettersi in attento ascolto del Signore, aprendosi allo Spirito come Gesù richiede con insistenza ripetendo questo comando sette volte: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7.11.17.29; 3,6.13.22). L'assemblea ascolta il messaggio ricevendo uno stimolo per il pentimento, la conversione, la perseveranza, la crescita nell'amore, l'orientamento per il cammino.

Cari amici, l'Apocalisse ci presenta una comunità riunita in preghiera, perché è proprio nella preghiera che avvertiamo in modo sempre crescente la presenza di Gesù con noi e in noi. Quanto più e meglio preghiamo con costanza, con intensità, tanto più ci assimiliamo a Lui, ed Egli entra veramente nella nostra vita e la guida, donandole gioia e pace. E quanto più noi conosciamo, amiamo e seguiamo Gesù, tanto più sentiamo il bisogno di fermarci in preghiera con Lui, ricevendo serenità, speranza e forza nella nostra vita. Grazie per l'attenzione.


Saluti:

Je salue les francophones présents, particulièrement les séminaristes de Luxembourg, accompagnés de l'Archevêque, Mgr Hollerich, et ceux des Missions étrangères de Paris. Puissiez-vous trouver chaque jour un temps de silence pour pouvoir entendre ce que Dieu veut vous dire ! Que Jésus soit lui-même votre guide sur le chemin de la prière ! Bon pèlerinage à tous !

I am pleased to welcome all the English-speaking pilgrims and visitors present today, including those from England, Indonesia, Japan, the Philippines, and the United States. I am especially pleased to welcome the group of Missionary Sisters Servants of the Holy Spirit as well as the young men and women of the Focolare Movement who have been participating in this year's Genfest in Budapest. Dear young people, you have taken to heart Christ's call to promote unity in the human family by courageously building bridges. I therefore encourage you: be strong in your Catholic faith; and let the simple joy, the pure love, and the profound peace that come from the encounter with Jesus Christ make you radiant witnesses of the Good News before the young people of your own lands. God bless all of you abundantly!

Ganz herzlich grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher, besonders die ständigen Diakone und die Kandidaten zum Diakonat der Diözese Gurk-Klagenfurt mit Bischof Schwarz sowie die Stadtjugendkapelle Landsberg am Lech. Christus lädt uns ein, die Freundschaft mit ihm im Gebet zu pflegen und so mit ihm gemeinsam eine bessere Zukunft zu gestalten. Bitten wir ihn um seinen Heiligen Geist, der die Liebe in der Welt zum Sieg führt. Euch allen wünsche ich Gottes reichsten Segen und schöne Tage hier in Rom!

Saludo a los peregrinos de lengua española, en particular a los fieles de la diócesis de Santander, acompañados por su Obispo, así como a los demás grupos provenientes de España, Argentina, Venezuela, Colombia, México y otros países latinoamericanos. Invito a todos a descubrir la presencia de Cristo en nuestra vida. Mientras más oremos, con constancia e intensidad, mejor nos asimilaremos a Jesús, y Él entrará en nuestra existencia y la guiará, colmándonos de alegría y paz. Muchas gracias.

Amados fiéis brasileiros de Nossa Senhora das Dores e de São Bento e São Paulo, a graça e a paz de Jesus Cristo para todos vós e demais peregrinos de língua portuguesa. Quanto mais e melhor souberdes rezar, tanto mais sereis parecidos com o Senhor e Ele entrará verdadeiramente na vossa vida. É na oração que melhor podereis dar conta desta presença de Jesus em vós, recebendo serenidade, esperança e força na vossa vida. Tudo isto vos desejo, com a minha Bênção.

Saluto in lingua polacca:

Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich. Apokalipsa świętego Jana Apostoła uczy nas modlitwy, która rodzi poczucie bliskości Chrystusa, uświadamia Jego obecność i działanie w nas oraz w dziejach świata. On jest naszą mocą i nadzieją. Darzy nas radością i pokojem. Prośmy, by On sam przewodził naszemu życiu i nam błogosławił. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. L'Apocalisse di San Giovanni Apostolo ci insegna la preghiera che genera il senso della vicinanza di Cristo, ci rende consapevoli della Sua presenza e la Sua azione in noi e nella storia del mondo. Lui è la nostra forza e la nostra speranza. Ci dona la grazia e la pace. Preghiamo perché Lui stesso sia la guida della nostra vita e ci benedica. Sia lodato Gesù Cristo.

Saluto in lingua slovacca:

S láskou pozdravujem účastníkov Púte Ordinariátu ozbrojených síl a zborov pod vedením jeho biskupa Františka Rábeka ako aj skupinu študentov a učiteľov Gymnázia svätého Jána Bosca z Bardejova.
Bratia a sestry, vaša návšteva Ríma počas Roka, v ktorom si Cirkev na Slovensku pripomína svätého Cyrila a Metoda, nech posilní vašu vernosť Kristovi a Apoštolskému Stolcu. Rád vás žehnám.
Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Saluto con affetto i partecipanti al Pellegrinaggio dell'Ordinariato militare guidato dal loro Vescovo S.E. Mons. František Rábek, come pure il gruppo degli studenti e docenti del Ginnasio di San Giovanni Bosco di Bardejov.
Fratelli e sorelle, la vostra visita a Roma nell'Anno nel quale la Chiesa in Slovacchia ricorda i Santi Cirillo e Metodio, rafforzi la vostra fedeltà a Cristo e alla Sede Apostolica. Volentieri vi benedico.
Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua croata:

Srdačno pozdravljam hodočasnike hrvatskoga jezika, posebno učenike nadbiskupske klasične gimnazije u Splitu.
Potičemvas da žarko molite za dar nade i snage u svojemživotu. HvaljenIsus i Marija.

Traduzione italiana:

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua croata, in particolare gli studenti del liceo classico arcivescovile di Spalato. Vi esorto a pregare con intensità per ricevere speranza e forza nella vostra vita. Siano lodati Gesù e Maria.

* * *

Cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i Vescovi e i sacerdoti ex-alunni del Collegio Urbano, che ricordano il 40° di Ordinazione sacerdotale. Auguri. Saluto i giovani di Pesaro accompagnati dal loro Pastore Mons. Coccia; i ragazzi di Lucca che hanno ricevuto la Cresima, qui convenuti con il loro Vescovo Mons. Italo Castellani; gli altri ragazzi, provenienti da varie Regioni, che si apprestano a ricevere il Sacramento della Confermazione. Saluto altresì i rappresentanti della Pia Società San Gaetano. Auguro a tutti che questa visita alle tombe degli Apostoli vi rinsaldi nell'adesione a Cristo e vi renda suoi testimoni nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità ecclesiali.

Saluto infine tutti i giovani qui presenti, le persone ammalate e gli sposi novelli. Cari giovani, tornando dopo le vacanze alle consuete attività quotidiane, riprendete anche il ritmo regolare del vostro dialogo con Dio, che infonda luce in voi e attorno a voi. Cari ammalati, trovate sostegno e conforto nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sappiate coltivare la dimensione spirituale, affinché la vostra unione sia sempre solida e profonda. Grazie.

 

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domenica 2 settembre 2012

Fwd: Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci



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Inizio messaggio inoltrato:

Da: lo Straniero <antonio.socci.web@gmail.com>
Data: 02 settembre 2012 09:02:52 CEST
A: mpoloni@yahoo.com
Oggetto: Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci

lo Straniero

Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci


IO NON SONO MARTINIANO, SONO CATTOLICO. COSA POSSIAMO FARE PER L'ANIMA DI CARLO MARIA MARTINI

Posted: 01 Sep 2012 11:22 PM PDT

Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi" (Luca 6, 24-26).  

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: "Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 16, 18-20).

Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: "Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli" (Luca 6,20-23).

Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.

Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l'applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi.

E' stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.

O vi risulta che abbia rifiutato l'esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l'Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?

A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: "è dei nostri".

Lui rispondeva  indignato: "Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!". Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: "in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?", "questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L'assoluzione dei peccati non me la dà mica L'Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi".

E ancora: "Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L'Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono", "l'unica cosa che importa è Dio, l'unico compito dell'uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume".

Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all'insegnamento dei Papi e della Chiesa.

Tanto che ieri "Repubblica" si è potuta permettere di osannarlo così: "non aveva mai condannato l'eutanasia", "dal dialogo con l'Islam al sì al preservativo".

Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: "non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca", aveva detto.

E' del tutto legittimo – per chiunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c'è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?

Quando un cardinale afferma: "sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l'altro sia evangelico o musulmano" non proclama l'equivalenza di tutte le religioni?

Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee "politically correct"? O chi ricorda un'ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?

Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – "non ha mai fatto nulla per convertirmi". Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.

Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: "Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole" (Tm 4, 3-4).

Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono "uomini che ardono", persone "che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?".

Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.

Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive "Civiltà cattolica" – arriva "a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica".

Ma il cardinale incurante definì questo libro una "penetrazione coraggiosa" e si augurò che venisse "letto e meditato da tante persone" (del resto Mancuso definisce Martini "il mio padre spirituale").

Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura.

Che paradosso. L'unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all'Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. "Il cardinale del dialogo", come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.

I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: "emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo".

Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L'altro ritornello dei media è sull'erudizione biblica di Martini. Senz'altro vera.

Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell'erudizione e della "Cattedra dei non credenti" voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.

Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato "ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.

Sta scritto infatti: 'Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti'. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1, 17-25).

E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama "sagge" quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e "stolte" quelle che l'hanno perduta.

Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, "Il Manifesto", Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell'universo (se non saranno aggravanti).

Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l'indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E' la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E' il vero amore. Tutto il resto è vanità.

 

Antonio Socci

Da "Libero", 2 settembre 2012

Per discuterne su Facebook: "Antonio Socci pagina ufficiale"

 

 

sabato 1 settembre 2012

Antonio Simone ringrazia Lodovico Festa | Tempi.it

Simone ci ricorda una cosa semplice :siamo uniti dal cuore !

Il mio grazie commosso a Festa e una richiesta ai 5mila del Meeting

Quarantesima lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Qui trovate la lettera che monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha scritto a Simone (la lettera può essere sottoscritta). Qui l'intervista di Simone al Corriere della Sera. Qui gli articoli di Simone pubblicati sul Foglio (1 e 2).

Caro Vichi Festa, sul Corriere della Sera avevo letto del tuo commosso appello in mio favore al Meeting di Rimini, poi le mie figlie mi hanno raccontato come è successo e quanto fosse "commosso". Mi perdonerai se anche io voglio pubblicamente ringraziarti, non relegando ad un biglietto privato il mio grazie e la mia commozione.

Penso al mio stupore e allo stupore di tanti ciellini che ti hanno visto. Dove sta la radice di tale commozione, dove è la strada comune, il grande ideale, la quotidianità di due storie diverse, dalle origini diversissime per provenienza, cultura, prassi e ideale? Per non dire del grande affetto e dello spazio che Ferrara mi dà sul Foglio? Luigi Amicone ricorderà cosa rispose don Luigi Giussani, alla prima domanda che gli pose sulla sua percezione del momento storico, in una bellissima intervista che gli fece Tempi qualche anno fa.

[su indicazione di Simone trascriviamo la domanda di Amicone e la risposta di don Giussani. L'intervista apparve sul numero 29 del 3 settembre 1997 ed era intitolata "Non conformatevi", ndr]

Amicone: Due anni fa, in un'intervista alla Stampa avvertiva che la situazione del paese «è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli». Qual è la sua percezione del presente?
Giussani: Lo definirei un momento drammatico e bello, perché la fragile creatura, l'io umano, torna ad essere l'unico punto da cui si può ripartire. L'io, infatti, è quel livello della natura nel quale la natura diviene cosciente di se stessa. Per questo l'epoca che più di ogni altra sembra definita da una trascuratezza e da una dimenticanza di che cosa sia la natura elementare dell'uomo e, dall'altra parte, da una pretesa dello Stato di stabilire limiti e possibilità della speranza terrena per l'uomo, proprio questa è l'epoca della libertà. Da dove ripartire, infatti, per ricostruire quelle che Eliot chiamerebbe "città distrutte"? Dalla fragile creatura in quanto diviene generatrice di un popolo, e quindi storia. E l'uomo è innanzitutto libertà; il Mistero stesso lo ha creato libero. Infatti solo la libertà riconosciuta come dipendenza, come rapporto diretto col Mistero, è inattaccabile, cioè inassimilabile, da qualsiasi potere. Per questo auspico il moltiplicarsi di incontri tra personalità che conservano un impeto autenticamente umano, cioè proporzionato alla loro natura. Personalità la cui identità sia chiaramente riconosciuta e comunicata possono insieme collaborare in vista di un bene maggiore: ecumenismo e pace essendo i termini ultimi di una convivenza che si dica umana, veramente rispettosa del destino e del tentativo di ciascuno. Diversamente, la convinzione che per assicurare un pluralismo nella società si debba mettere tra parentesi la propria identità non ha speranza di riuscita. Questa, piuttosto, genera una intolleranza indifferente al destino dell'altro, che sfocia inevitabilmente, presto o tardi, in violenza.

Sì, incontro tra personalità che conservano un impeto autenticamente umano. È diventata una storia e anche il tentativo di Tempi.

Per questo, non davanti a cinquemila persone, senza tv o immagini che possano farti vedere i miei occhi, mi commuovo nel dirti "grazie". E ai cinquemila che ti hanno applaudito chiedo di essere simpatetici con quel tentativo che settimanalmente realizziamo.

Antonio Simone

Lettere precedenti

39. I tre miracoli dello "scopino" di San Vittore

38. Anche voi dite: "Ci vorrebbe la pena di morte"

37. Il lavoro, la passeggiata e il mio nuovo soprannome ("zio")

36. Dio è morto e anche noi non stiamo bene. Ma si risorge

35. Cosa ci sostiene? La coscienza di essere voluti

34. Ho cambiato cella e raggio. E la porta è aperta

33. «Scusa. Sono un pirla. Ti amo» 

32. Quel che ho ricevuto in dono e non riesco a trattenere

31. San Francesco riletto da noi carcerati

30. Il segreto (rivoluzionario) del nuovo compagno di cella

29. Quando Repubblica mi chiederà scusa?

28. La preghiera non è superstizione, ma domanda

27. Leggere "L'annuncio a Maria" dietro mura alte 5 metri

26. Sono un corpo sequestrato perché non dico "tutto"

25. Devo mentire su Formigoni per uscire?

24. L'autolesionismo e una domanda: perché fare il bene?

23. Il carcere può esser casa se l'orizzonte è l'infinito

22. Per le vostre preghiere ho vergogna e vi ringrazio

21. Il gioco dei 30, 50, 70, 100 milioni

20. Lo sciopero della fame, i cani e la spending review

19. Sciopero della fame. Appello da San Vittore

18. Che me ne faccio del prete in carcere?

17. In carcere l'Italia gioca in trasferta e comandano gli albanesi

16. Leggo Repubblica solo per capire se posso chiedere i danni

15. La mia speranza (cosa disse don Giussani nel 1981)

14. Ikea festeggia la condanna definitiva. Festa con incendio

13. «Che differenza c'è tra me e voi fuori? Nessuna»

12. «Sono di Cl non perché sono giusto. Ma per seguire una via»

11. «Amico, posso diventare anche io di Comunione e libertà?»

10. Gli scarafaggi, il basilico e l'urlo nella notte

9. Mi dimetto da uomo. Meglio essere un porco

8. Cresima in carcere con trans. Sono contento

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Categorie: News
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