sabato 16 gennaio 2010

Gran Bretagna:una fede non per elités

14 gENNAIO 2010
Gran Bretagna
Dio non si salva dalla regina
Lo scontro tra le Chiese cristiane e i valori del politically correct, ispirati ai diritti umani universali, è un tema ricorrente nella società britannica di oggi. L’idea che la religione ormai non ha un posto pubblico e, per chi ha una fede, è difficile esprimere le proprie convinzioni religiose è stata espressa da giornalisti, intellettuali e leader del mondo politico e religioso. Lo stesso Tony Blair ha ammesso che avrebbe danneggiato la sua reputazione di premier parlando della fede quando era primo ministro; in Gran Bretagna – ha detto – a differenza degli Stati Uniti, chi ammette di essere religioso è considerato «un pazzo». Jeremy Vine, famoso giornalista e presentatore della Bbc, anglicano praticante, sostiene di non poter esprimere la fede quando fa il suo lavoro perché non sa come gli ascoltatori reagirebbero. In questo momento si registra un vivacissimo dibattito sulle scuole cattoliche, finanziate dallo Stato ma autorizzate a selezionare studenti e insegnanti tenendo conto della loro fede; cosa che in passato non aveva mai suscitato polemiche, perché tali scuole sono aperte anche ad altre religioni e spesso hanno alte percentuali di studenti non cattolici. Ora invece sia in Gran Bretagna che in Irlanda i partiti laici hanno attaccato le scuole religiose e quelle cattoliche in particolare sostenendo che dividono la società, discriminano e favoriscono alunni delle classi medie. Lo scontro è ormai tra valori religiosi e valori secolari, più che fra religioni diverse, e ogni Natale è un’occasione per rinnovare le polemiche. Quest’anno un’associazione di Oxford ha bandito il nome stesso di Natale per sostituirlo con quello di «Festival invernale della luce»; proposta cui si sono ribellati per primi i musulmani. Alcune Chiese hanno invece deciso riscrivere le carols, i tradizionali canti natalizi, abolendo i termini legati alla Natività... Decisione che peraltro mal si concilia con le critiche che vescovi cattolici e anglicani hanno fatto alla Bbc proprio perché emargina programmi cristiani popolari; nell’ottobre 2008 lo stesso direttore generale Mark Thompson ha ammesso che l’islam viene trattato dall’emittente pubblica con più rispetto e attenzione del cristianesimo. Anche sulle adozioni è stato scontro tra la Chiesa e lo Stato, il quale ha imposto alle agenzie cattoliche che se ne occupano di non escludere coppie omosessuali dal processo di adozione; alcune hanno preferito chiudere che andare contro l’insegnamento della Chiesa. Sono stati gli stessi arcivescovi anglicani Rowan Williams e John Sentamu a scrivere a Blair per far notare che «i diritti di coscienza non possono essere sottoposti a legislazione, per quanto essa abbia buone intenzioni» e che eccezioni alla legge già esistono per coloro che in coscienza non possono svolgere certi lavori, come i medici che non vogliono fare aborti.INTERVISTANo, non è la Bbc: soprattutto quando si parla di fede...E per poliziotti, politici e professori il sacro non esisteSolo due minuti e 45 secondi di religione ogni mattina, alle 8 meno un quarto nel notiziario più seguito dalle classi dirigenti britanniche, il Today programme. Durante il Thought for the day, «Pensiero del giorno» (così si chiama questo spazio di riflessione spirituale) i rappresentanti delle diverse Chiese tentano di infilare Dio in una fittissima agenda di appuntamenti. Si tratta di uno degli ultimi spazi religiosi ancora mantenuti dalla Bbc. Eppure alle organizzazioni umanistiche e atee quest’ultimo baluardo non piace e il dibattito sull’opportunità di aprirlo ai «laici» è arrivato, lo scorso novembre, fino alla Camera dei Lords. Un segno di quanto fatichi la religione a sopravvivere nella società inglese. Clifford Longley, cattolico, ex corrispondente religioso dei quotidiani Daily Telegraph e Times, consulente del settimanale cattolico Tablet, lui stesso una delle voci più frequenti di Thought for the daytenta di spiegare perché.Come si è arrivati a proporre l’abolizione del «Thought»?«Ci sono due spiegazioni, l’una che non esclude l’altra. La prima è che gli atei sono diventati molto più forti e vogliono danneggiare seriamente le Chiese. La seconda è che il sacro, a differenza di quanto si dice sui giornali, è ancora molto influente e forte nella società e quindi le lobby umaniste vogliono indebolirlo».Ma che posto ha la religione oggi in Gran Bretagna?«È ancora una forza culturale dominante, ha un’influenza sociale importante e non è seriamente in crisi. I sondaggi sulla popolazione tra i 40 e i 50 anni indicano che il cristianesimo (cattolico o anglicano) è ancora la posizione di base cui si ricorre quando non si sa come definirsi dal punto di vista religioso. Le cose cambiano nella fascia di età sotto i 40, quando le persone si dichiarano non appartenenti ad alcuna religione. La tendenza consolidata è che i giovani, allontanatisi dalla Chiesa durante l’adolescenza, tornino da adulti, quando i figli vanno a scuola: non dimentichiamo che in Gran Bretagna le scuole cattoliche sono molto famose e i genitori sono di solito ansiosi che i figli le frequentino...».Ma se le cose stanno così, perché politici come Blair (che ha aspettato di non essere più al potere per diventare cattolico) sostengono di non voler parlare di religione per evitare di offendere una parte dell’elettorato?«L’importanza della religione cambia, in Gran Bretagna, a seconda dell’ambiente sociale. I giornalisti, per esempio, hanno una cultura secolare e sono spesso ignoranti in materia di religione. Lo stesso vale per politici, per avvocati, poliziotti e insegnanti. È diverso invece per la maggioranza della popolazione; anche i politici locali non hanno problemi a dire che appartengono a una certa Chiesa. Insomma c’é differenza tra élites e popolo. Bisogna anche considerare che gli inglesi preferiscono di solito non esprimere emozioni e punti di vista personali e la religione rientra senz’altro nelle cose sulle quali mantenere la privacy».Si dice spesso che la Bbc ha meno interesse nei confronti della religione, anche se ciò non riflette il punto di vista dell’audience.«È senz’altro vero. La Bbc ormai tratta la religione come una questione marginale. Durante l’ultima settimana santa non c’è stato quasi nessun programma religioso, mentre 5 o vent’anni fa la Bbc avrebbe offerto varie proposte sul tema. In parte ciò è dovuto al fatto che la sezione religiosa si trova a Manchester, quindi è emarginata rispetto ai programmi principali preparati a Londra. Ma soprattutto è la cultura secolare a far sentire la religione come un imbarazzo per la Bbc. Fanno eccezione eventi importanti, come sarà certamente la visita del Papa il prossimo settembre».Si nota un crescente conflitto tra protezione dei diritti umani (in particolare la tolleranza per comportamenti «diversi») e istituzioni religiose. Oggi la Chiesa potrebbe ritrovarsi a gestire la protesta dei suoi dipendenti contro i simboli religiosi...«La Chiesa è contro l’intolleranza verso persone di sesso o religione diversi, quindi in teoria non dovrebbe esserci problema. Penso però che la legge sulle pari opportunità lasci spazio a interpretazioni differenti e non c’è dubbio che potrebbe essere usata per rendere la vita più difficile alle istituzioni religiose».Insomma, il bilancio dei rapporti tra Stato e Chiese in Gran Bretagna secondo lei qual è?«Credo che comunque oggi ci si renda conto di come tutta la società abbia bisogno delle Chiese, che rappresentano un importante capitale umano».
Silvia Guzzetti

Haiti:sulla fragilità umana


Grande articolo di Antonio Socci!!Dovremmo leggerlo e rileggerlo 10000 mila volte perchè è il senso di tutto!!


L’inferno di Haiti e il Paradiso
16 gennaio 2010

Basta un piccolo starnuto del pianeta, in un minuscolo francobollo di terra come Haiti, e sono spazzati via migliaia di esseri umani. Anche un microscopico virus è in grado di uccidere milioni di persone. Sono tutte manifestazioni di una stessa fragilità, di uno stesso destino. Tutti documenti della nostra misera condizione mortale.
C’è una sola “malattia”, trasmessa per via sessuale, che porta inevitabilmente alla morte l’umanità intera e non ha cure possibili. Non è l’Aids. Ne siamo affetti tutti, ad Haiti come qui. Si chiama: vita.
E’ una “malattia” anche stupenda (per questo la scrivo fra virgolette), è una “malattia” che amiamo, a cui stiamo attaccati con le unghie e con i denti. Ma solitamente non riflettiamo sulla sua natura effimera e quindi l’amiamo in modo sbagliato, dimenticando che dobbiamo scendere alla stazione e siamo destinati a un’altra dimora.
Quando arrivano grandi tragedie, personali o collettive, apriamo gli occhi sull’estrema fragilità della nostra esistenza e – svegliandoci – ci sentiamo quasi ingannati. Come se non sapessimo che siamo di passaggio.
Sì, siamo tutti malati terminali. Ma noi dimentichiamo di essere sulla soglia della morte dal primo istante di vita. Lo rimuoviamo.
Anzi, quasi tutto quello che facciamo ogni giorno ha questa segreta ragione: farci dimenticare il nostro destino, esorcizzare la morte, preannunciata dalla decadenza fisica, dalle malattie, dalla sofferenza, dal dolore altrui. Distrarci, come diceva Pascal: il “divertissement”.
Ormai la nostra mente è organizzata come un vero e proprio palinsesto televisivo: c’è la mezz’ora dedicata alla tragedia di Haiti dove magari si chiama a parlarne non i missionari, non organizzazioni come l’Avsi che da anni lavorano in quelle povere terre, ma Alba Parietti e Cristiano Malgioglio. Poi, subito dopo, il telecomando passa ai quiz, alle ballerine sgallettanti, alle chiacchiere (politica o sport) eccetera.
Tutti modi – si dice – “per ingannare il tempo”. In realtà per ingannare noi stessi, per dimenticare il destino . Perché il nostro insopprimibile desiderio è di vivere sempre, è di essere felici, e ci è insopportabile l’idea della morte e dell’infelicità.
Così, anche quando parliamo seriamente di tragedie come quelle di Haiti, con la faccia compunta, tocchiamo tutti i tasti fuorché quello.
Parliamo dell’emergenza (e va bene), degli aiuti da mandare (e va benissimo), della miseria di quei luoghi (verissima), poi varie storie e considerazioni, finché uno guarda l’orologio perché deve andare al tennis, un altro sbircia il telefonino e un altro ancora sussurra al vicino “ma quand’è che se magna?”.
Ricomincia il tran tran. E gli affanni. E l’ebbrezza di essere padroni della nostra vita. E le illusioni. Eppure il più grande “filosofo” di tutti i tempi chiamò “stolto” colui che riempiva il suo granaio illudendosi di poterne godere all’infinito: “stanotte stessa ti sarà chiesta la tua anima…”.
Perché un giorno tutti dovremo rispondere dei nostri atti e di come abbiamo speso il nostro tempo. In quanto la vita è un compito. Anche se ormai gli stessi preti parlano raramente dell’Inferno e del Paradiso a cui siamo destinati.
Pensiamo che inferno e paradiso siano da fuggire o cercare qui sulla terra. “Haiti, migliaia in fuga dall’inferno”, titolava ieri la prima pagina della “Stampa”. Altri giornali raccontavano i “paradisi tropicali” dei turisti a pochi passi dall’orrore haitiano.
Solo la Chiesa ci dice che c’è un Inferno ben peggiore di Haiti (ed eterno) da cui fuggire. E un Paradiso da raggiungere, di inimmaginabile bellezza e gioia, in cui tutte le lacrime saranno asciugate.
Il solo conforto oggi di fronte all’enormità del dolore di tutta quella povera gente e di fronte a tanti morti, è proprio questo: sperarli (e pregare per questo) fra le braccia del Padre, finalmente nella felicità certa, per sempre.
Ma noi, davanti alla nostra stessa morte (che è certa, inevitabile), che speranza abbiamo? Proviamo a rifletterci. Per me la sola speranza autentica è in Colui che ha avuto pietà della sorte umana, Colui che ha il potere vero e che ripagherà ogni sofferenza con un felicità senza fine e senza limiti.
Per questo la Chiesa c’è sempre, dentro ogni prova dell’umanità, dentro ogni “inferno” terreno com’è Haiti (provate a leggere le testimonianze accorate da là dei missionari). C’è per portare agli uomini la compassione di Dio, la sua carezza, il suo aiuto e soprattutto per aprire le porte del suo Regno.
“Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito” dice un prefazio della liturgia ambrosiana “donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.E la cosa grande che ci porta Gesù, il Salvatore degli uomini, non è solo questa, ma la resurrezione, la vittoria sulla morte, cosicché nulla di ciò che abbiamo amato andrà perduto.
Diceva don Giussani: “Cristo risorto è la vittoria di Dio sul mondo. La sua risurrezione dalla morte è il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: la positività dell’essere delle cose, quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non nasce per essere distrutto. ‘Tutto questo è assicurato, te lo assicuro, Io sono risorto per renderti sicuro che tutto quello che è in te, e con te è nato, non perirà’ ”.Come si fa allora a non gioire, anche nelle lacrime? Come si fa a non affidarsi – anche nella tragedia – all’unico che salva?
Voglio dirlo con le parole di san Gregorio Nazianzeno: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei una creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 16 gennaio 2010

mercoledì 13 gennaio 2010

Francescani e Domenicani:maestri di santità laicale

Udienza del Papa

Cari fratelli e sorelle, all'inizio del nuovo anno guardiamo alla storia del Cristianesimo, per vedere come si sviluppa una storia e come può essere rinnovata. In essa possiamo vedere che sono i santi, guidati dalla luce di Dio, gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo. Tale consolante realtà, che in ogni generazione cioè nascono santi e portano la creatività del rinnovamento, accompagna costantemente la storia della Chiesa in mezzo alle tristezze e agli aspetti negativi del suo cammino. Vediamo, infatti, secolo per secolo, nascere anche le forze della riforma e del rinnovamento, perché la novità di Dio è inesorabile e dà sempre nuova forza per andare avanti. Così accadde anche nel secolo tredicesimo, con la nascita e lo straordinario sviluppo degli Ordini Mendicanti: un modello di grande rinnovamento in una nuova epoca storica. Essi furono chiamati così per la loro caratteristica di “mendicare”, di ricorrere, cioè, umilmente al sostegno economico della gente per vivere il voto di povertà e svolgere la propria missione evangelizzatrice. Degli Ordini Mendicanti che sorsero in quel periodo, i più noti e i più importanti sono i Frati Minori e i Frati Predicatori, conosciuti come Francescani e Domenicani. Essi sono così chiamati dal nome dei loro Fondatori, rispettivamente Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman. Questi due grandi santi ebbero la capacità di leggere con intelligenza “i segni dei tempi”, intuendo le sfide che doveva affrontare la Chiesa del loro tempo. Una prima sfida era rappresentata dall’espansione di vari gruppi e movimenti di fedeli che, sebbene ispirati da un legittimo desiderio di autentica vita cristiana, si ponevano spesso al di fuori della comunione ecclesiale. Erano in profonda opposizione alla Chiesa ricca e bella che si era sviluppata proprio con la fioritura del monachesimo. In recenti Catechesi mi sono soffermato sulla comunità monastica di Cluny, che aveva sempre più attirato giovani e quindi forze vitali, come pure beni e ricchezze. Si era così sviluppata, logicamente, in un primo momento, una Chiesa ricca di proprietà e anche immobile. Contro questa Chiesa si contrappose l'idea che Cristo venne in terra povero e che la vera Chiesa avrebbe dovuto essere proprio la Chiesa dei poveri; il desiderio di una vera autenticità cristiana si oppose così alla realtà della Chiesa empirica. Si tratta dei cosiddetti movimenti pauperistici del Medioevo. Essi contestavano aspramente il modo di vivere dei sacerdoti e dei monaci del tempo, accusati di aver tradito il Vangelo e di non praticare la povertà come i primi cristiani, e questi movimenti contrapposero al ministero dei Vescovi una propria “gerarchia parallela”. Inoltre, per giustificare le proprie scelte, diffusero dottrine incompatibili con la fede cattolica. Ad esempio, il movimento dei Catari o Albigesi ripropose antiche eresie, come la svalutazione e il disprezzo del mondo materiale – l’opposizione contro la ricchezza diventa velocemente opposizione contro la realtà materiale in quanto tale - la negazione della libera volontà, e poi il dualismo, l'esistenza di un secondo principio del male equiparato a Dio. Questi movimenti ebbero successo, specie in Francia e in Italia, non solo per la solida organizzazione, ma anche perché denunciavano un disordine reale nella Chiesa, causato dal comportamento poco esemplare di vari esponenti del clero. I Francescani e i Domenicani, sulla scia dei loro Fondatori, mostrarono, invece, che era possibile vivere la povertà evangelica, la verità del Vangelo come tale, senza separarsi dalla Chiesa; mostrarono che la Chiesa rimane il vero, autentico luogo del Vangelo e della Scrittura. Anzi, Domenico e Francesco trassero proprio dall’intima comunione con la Chiesa e con il Papato la forza della loro testimonianza. Con una scelta del tutto originale nella storia della vita consacrata, i Membri di questi Ordini non solo rinunciavano al possesso di beni personali, come facevano i monaci sin dall’antichità, ma neppure volevano che fossero intestati alla comunità terreni e beni immobili. Intendevano così testimoniare una vita estremamente sobria, per essere solidali con i poveri e confidare solo nella Provvidenza, vivere ogni giorno della Provvidenza, della fiducia di mettersi nelle mani di Dio. Questo stile personale e comunitario degli Ordini Mendicanti, unito alla totale adesione all’insegnamento della Chiesa e alla sua autorità, fu molto apprezzato dai Pontefici dell’epoca, come Innocenzo III e Onorio III, i quali offrirono il loro pieno sostegno a queste nuove esperienze ecclesiali, riconoscendo in esse la voce dello Spirito. E i frutti non mancarono: i gruppi pauperistici che si erano separati dalla Chiesa rientrarono nella comunione ecclesiale o, lentamente, si ridimensionarono fino a scomparire. Anche oggi, pur vivendo in una società in cui spesso prevale l’“avere” sull’“essere”, si è molto sensibili agli esempi di povertà e di solidarietà, che i credenti offrono con scelte coraggiose. Anche oggi non mancano simili iniziative: i movimenti, che partono realmente dalla novità del Vangelo e lo vivono con radicalità nell’oggi, mettendosi nelle mani di Dio, per servire il prossimo. Il mondo, come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, ascolta volentieri i maestri, quando sono anche testimoni. È questa una lezione da non dimenticare mai nell’opera di diffusione del Vangelo: vivere per primi ciò che si annuncia, essere specchio della carità divina. Francescani e Domenicani furono testimoni, ma anche maestri. Infatti, un’altra esigenza diffusa nella loro epoca era quella dell’istruzione religiosa. Non pochi fedeli laici, che abitavano nelle città in via di grande espansione, desideravano praticare una vita cristiana spiritualmente intensa. Cercavano dunque di approfondire la conoscenza della fede e di essere guidati nell’arduo, ma entusiasmante cammino della santità. Gli Ordini Mendicanti seppero felicemente venire incontro anche a questa necessità: l'annuncio del Vangelo nella semplicità e nella sua profondità e grandezza era uno scopo, forse lo scopo principale di questo movimento. Con grande zelo, infatti, si dedicarono alla predicazione. Erano molto numerosi i fedeli, spesso vere e proprie folle, che si radunavano per ascoltare i predicatori nelle chiese e nei luoghi all’aperto, pensiamo a sant'Antonio, per esempio. Venivano trattati argomenti vicini alla vita della gente, soprattutto la pratica delle virtù teologali e morali, con esempi concreti, facilmente comprensibili. Inoltre, si insegnavano forme per nutrire la vita di preghiera e la pietà. Ad esempio, i Francescani diffusero molto la devozione verso l’umanità di Cristo, con l’impegno di imitare il Signore. Non sorprende allora che fossero numerosi i fedeli, donne ed uomini, che sceglievano di farsi accompagnare nel cammino cristiano da frati Francescani e Domenicani, direttori spirituali e confessori ricercati e apprezzati. Nacquero, così, associazioni di fedeli laici che si ispiravano alla spiritualità di san Francesco e di san Domenico, adattata al loro stato di vita. Si tratta del Terzo Ordine, sia francescano che domenicano. In altri termini, la proposta di una “santità laicale” conquistò molte persone. Come ha ricordato il Concilio Ecumenico Vaticano II, la chiamata alla santità non è riservata ad alcuni, ma è universale (cfr Lumen gentium, 40). In tutti gli stati di vita, secondo le esigenze di ciascuno di essi, si trova la possibilità di vivere il Vangelo. Anche oggi ogni cristiano deve tendere alla “misura alta della vita cristiana”, a qualunque stato di vita appartenga! L’importanza degli Ordini Mendicanti crebbe così tanto nel Medioevo che Istituzioni laicali, come le organizzazioni del lavoro, le antiche corporazioni e le stesse autorità civili, ricorrevano spesso alla consulenza spirituale dei Membri di tali Ordini per la stesura dei loro regolamenti e, a volte, per la soluzione di contrasti interni ed esterni. I Francescani e i Domenicani diventarono gli animatori spirituali della città medievale. Con grande intuito, essi misero in atto una strategia pastorale adatta alle trasformazioni della società. Poiché molte persone si spostavano dalle campagne nelle città, essi collocarono i loro conventi non più in zone rurali, ma urbane. Inoltre, per svolgere la loro attività a beneficio delle anime, era necessario spostarsi secondo le esigenze pastorali. Con un’altra scelta del tutto innovativa, gli Ordini mendicanti abbandonarono il principio di stabilità, classico del monachesimo antico, per scegliere un altro modo. Minori e Predicatori viaggiavano da un luogo all’altro, con fervore missionario. Di conseguenza, si diedero un’organizzazione diversa rispetto a quella della maggior parte degli Ordini monastici. Al posto della tradizionale autonomia di cui godeva ogni monastero, essi riservarono maggiore importanza all’Ordine in quanto tale e al Superiore Generale, come pure alla struttura delle provincie. Così i Mendicanti erano maggiormente disponibili per le esigenze della Chiesa Universale. Questa flessibilità rese possibile l’invio dei frati più adatti per lo svolgimento di specifiche missioni e gli Ordini Mendicanti raggiunsero l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, il Nord Europa. Con questa flessibilità il dinamismo missionario venne rinnovato.Un’altra grande sfida era rappresentata dalle trasformazioni culturali in atto in quel periodo. Nuove questioni rendevano vivace la discussione nelle università, che sono nate alla fine del XII secolo. Minori e Predicatori non esitarono ad assumere anche questo impegno e, come studenti e professori, entrarono nelle università più famose del tempo, eressero centri di studi, produssero testi di grande valore, diedero vita a vere e proprie scuole di pensiero, furono protagonisti della teologia scolastica nel suo periodo migliore, incisero significativamente nello sviluppo del pensiero. I più grandi pensatori, san Tommaso d'Aquino e san Bonaventura, erano mendicanti, operando proprio con questo dinamismo della nuova evangelizzazione, che ha rinnovato anche il coraggio del pensiero, del dialogo tra ragione e fede. Anche oggi c’è una “carità della e nella verità”, una “carità intellettuale” da esercitare, per illuminare le intelligenze e coniugare la fede con la cultura. L’impegno profuso dai Francescani e dai Domenicani nelle università medievali è un invito, cari fedeli, a rendersi presenti nei luoghi di elaborazione del sapere, per proporre, con rispetto e convinzione, la luce del Vangelo sulle questioni fondamentali che interessano l’uomo, la sua dignità, il suo destino eterno. Pensando al ruolo dei Francescani e Domenicani nel Medioevo, al rinnovamento spirituale che suscitarono, al soffio di vita nuova che comunicarono nel mondo, un monaco disse: “In quel tempo il mondo invecchiava. Due Ordini sorsero nella Chiesa, di cui rinnovarono la giovinezza come quella di un’aquila” (Burchard d’Ursperg, Chronicon). Cari fratelli e sorelle, invochiamo proprio all'inizio di quest'anno lo Spirito Santo, eterna giovinezza della Chiesa: egli faccia sentire ad ognuno l’urgenza di offrire una testimonianza coerente e coraggiosa del Vangelo, affinché non manchino mai santi, che facciano risplendere la Chiesa come sposa sempre pura e bella, senza macchia e senza ruga, capace di attrarre irresistibilmente il mondo verso Cristo, verso la sua salvezza.

Episodio di persecuzione anche in Gran Bretagna

Tempo di Natale, oramai passato,tempo di persecuzione.
Non solo in Malaysia,in Egitto.Ache nella nostra Civilissima Gran Bretagna l'astio immotivato contro il cristianesimo dimostra una società, quella Europea, intrisa di acceso laicismo. Sconcertante la storia di questa pietosa insegnante !Ringraziamo Dio che utilizza queste brave persone per la sua battaglia di verità!
Grazie, Gianfranco Amato



IL CASO/ Olive, la prof. licenziata per "bullismo" cristiano
Gianfranco Amato
mercoledì 13 gennaio 2010
Neppure il clima natalizio è riuscito ad arrestare l’ondata discriminatoria che sta colpendo i cristiani nel Regno Unito. Questa volta è toccata a Olive Jones, insegnante di matematica con esperienza ventennale. Da quattro anni la professoressa Jones ha scelto di dedicarsi all’insegnamento a domicilio di ragazzi gravemente ammalati o con particolari disturbi psichici. Per tale incarico ha ricevuto un contratto part-time di 12 ore settimanali dalla Oak Hill Short Stay School e dai Servizi Scolastici del Comune di North Somerset.

Durante una delle sue lezioni domiciliari la professoressa Jones, approfittando del fatto che la sua alunna si sentisse male, ha deciso di scambiare due chiacchiere con la madre della ragazza. In qullo che doveva essere un normale colloquio tra donne, la Jones ha commesso l’imprudenza di toccare un argomento oggi pericoloso in Gran Bretagna: la propria fede religiosa. Così, l’incauta insegnante ha raccontato alla madre dell’alunna un episodio accadutole quando da adolescente aiutava i genitori nella fattoria di famiglia vicino a Carmarthen nel Galles.

Mentre si trovava alla guida di un trattore e stava affrontando una salita particolarmente ripida, all’improvviso il mezzo agricolo cominciò a ribaltarsi e per un puro caso non fu all’origine di un incidente mortale. Da quel momento la Jones interpretò quel “caso” come un miracolo ed si avvicinò alla fede. Malgrado non avesse fatto trapelare alcun disappunto, la madre della ragazza decise di inoltrare un reclamo contro l’insegnante per quella sua personale esternazione. Neppure le autorità interessate dalla protesta della donna avvisarono la professoressa Jones, la quale, del tutto ignara della denuncia a suo carico, decise di proseguire tranquillamente nel proprio lavoro tornando successivamente a visitare l’alunna per le consuete lezioni.

L’insegnante questa volta, però, commette una seconda imprudenza chiedendo alla ragazza se desidera che preghi per le sue particolari condizioni di salute. A quella inaspettata domanda la stessa ragazza volge lo sguardo alla madre che seccamente replica: «Noi veniamo da una famiglia che non crede». Di fronte a tale reazione la Jones desiste immediatamente. Anzi, adducendo a pretesto che la ragazza non si sentisse particolarmente portata per la matematica, chiede alla madre se intenda cancellare le successive lezioni. La madre risponde di no, desiderando che la propria figlia continui a ricevere l’insegnamento domiciliare.

Nonostante le due donne si lascino in buoni rapporti, nel giro di poche ore la professoressa Jones viene convocata dalla preside della scuola che le contesta il fatto di aver manifestato, durante il servizio, la propria fede, qualificando quel fatto come un vero e proprio atto di «bullismo». Un gesto di pura ed inqualificabile prepotenza. Da qui, il licenziamento in tronco. La professoressa Jones, ovviamente, non la prende benissimo. Dichiara di sentirsi «devastata» dal provvedimento che considera «completely disproportionate» e un vero «marchio di infamia» inflitto alla sua persona.

«Se avessi commesso un atto criminale», confessa, «credo che la reazione sarebbe stata la stessa». La professoressa si scaglia contro l’interpretazione del concetto di libertà di opinione applicata nel suo caso. Sul punto la donna ha le idee molto chiare: «Sono davvero stupita che in un Paese con una forte tradizione cristiana come la Gran Bretagna sia diventato sempre più difficile parlare della propria fede». Ciò che la rende più furiosa non è tanto l’errata interpretazione delle nuove ambigue disposizioni normative in materia di uguaglianza, quanto il «politically-correct system» che impedisce, di fatto, «la possibilità di esternare in pubblico qualunque riferimento alla dimensione religiosa della propria coscienza, pur potendo tale circostanza essere potenzialmente utile anche agli altri».

«La sensazione che ho», continua la Jones, «è che se avessi parlato di qualunque altro argomento al mondo, non ci sarebbero stati problemi, ma il semplice fatto di aver toccato il tema del cristianesimo ha rappresentato la violazione di un tabù. Lo stesso cristianesimo viene ormai visto come una “no-go area”, un campo minato nel quale è più prudente non addentrarsi in pubblico».

La mia amica avvocatessa Andrea Williams, direttrice del Christian Legal Centre, che assiste la professoressa, ha espresso il suo commento: «Storie come quella di Olive Jones stanno, purtroppo, diventando sempre più diffuse in questo Paese e rappresentano il risultato di un’applicazione maldestra delle cosiddette politiche sull’uguaglianza, le quali si traducono, di fatto, in una vera e propria discriminazione a carico dei cristiani nel tentativo di eliminare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica».

«Olive Jones», continua la direttrice del Christian Legal Centre, «ha avuto compassione per la sua allieva e si è ritrovata senza lavoro per aver espresso la speranza che nasce dalla sua fede. E’ tempo che si recuperi un approccio di “common sense” su queste delicate materie». Nick Yates, portavoce del Comune di North Somerset, si è limitato ad un freddo e laconico comunicato: «Olive Jones ha lavorato come insegnante per i Servizi Scolastici di North Somerset. Una denuncia è stata sporta da un genitore nei suoi confronti. Su tale denuncia è in corso un’attività istruttoria». Nel frattempo la professoressa Jones è stata licenziata senza preavviso. Episodi del genere fanno persino rimpiangere gli eccessi di un certo sindacalismo scolastico di casa nostra.

martedì 5 gennaio 2010

A proposito di certi Cinepanettoni

Rileggo con gusto quanto scrive Marina Corradi il 30/12 sulle ultime uscite del cinema ed in particolar modo quello italiano.
La volgarità proposta e la stupidità raggiungono l'arco della domanda e dell'offerta tanto da non sapere chi agisce e chi reagisce come un gatto che si morde la coda.
E' la società a raggiungere questa deriva e fare queste richieste, o invece è il mezzo informativo che sottilmente introduce una educazione permeante da influire in maniera decisa !
Da parte mia mi piace pensarla come Marina Corradi. Grazie per questo articolo che ci mette su una linea giusta di sguardo per l'anno che incomincia .


SENZA BUONISMI NÉ VOLGARITÀ SE CI RACCONTASSERO OGNI TANTO QUALCOSA DI BELLO MARINA CORRADI .
L’ ultimo film di Christian De Sica ha incassato tre milioni di euro in un solo giorno, e a Roma è proiet­tato in oltre la metà delle sale. Un film volgare? Al Corriere l’attore risponde che i film d’autore fanno incassi pe­nosi, e che un film di Natale come il suo è « lo specchio dell’Italia » di oggi. Al di là della vicenda particolare, l’af­fermazione colpisce. Per prima co­sa, perché occorre riconoscere che c’è del vero. Gli ammiccamenti, le pa­rolacce di un film di grande cassetta non sono in realtà peggiori di quan­to si sente all’uscita di una qualun­que scuola, o in un talk show televi­sivo. È vero, c’è un involgarimento collettivo che è prima che nelle pa­role nello sguardo, nella morbosità con cui per esempio si scrive, e si leg­ge, dei vizi altrui, spiati con avidità. Quasi un compiacimento nell’indu­giare su ciò che è greve; il gusto di un cinismo sorridente che ama i doppi sensi, l’ammiccamento, in un sot­tintendere che così fan tutti, e chi non ci sta è un illuso. Certo, quello «specchio d’Italia» man­ca di tante cose silenziose che rara­mente passano in tv: affetti, lavoro, solidarietà, carità, individuali co­scienze che resistono a questo im­barbarimento collettivo. E tuttavia non si può negare che tra l’Italia del dopoguerra e questa c’è un tale salto di costume e linguaggio, che chi è vec­chio, e ricorda, ne è spaesato. Ma quel dire che così è l’Italia, sot­tintendendo che dunque bisogna dar­le ciò che le somiglia, colpisce anche per una tristezza che ne viene. La vol­garità vende, dunque si va incontro alla richiesta del mercato. Senonché quel mercato siamo noi, un Paese, i nostri figli. A cui vorremmo lasciare qualcosa di meglio che le battute dei cinepanettoni. Perché dietro a quelle risate c’è ben poco. Perché andiamo al cinema o accendiamo la tv per di­strarci, la sera; ma anche con la ma­gari non riconosciuta attesa di vede­re qualcosa che ci dia una speranza. Di riconoscere, perfino fra le righe di una storia dolorosa o terribile, un sen­so buono, che valga anche per noi. Le fiabe che si raccontano ai bambini hanno sempre un lieto fine – e se non ce l’hanno, i bambini ci restano ma­lissimo. Siamo un po’ bambini anche noi. In un film, in un libro, magari ac­canto al realismo più crudo, vorrem­mo trovare almeno qualcosa di bello, o una faccia buona. Per non uscire più sfiduciati di quanto eravamo prima. E dunque, può essere che in molti sia­mo come gli italiani allegrotti dei ci­nepanettoni. Però, se ci raccontasse­ro ogni tanto qualcosa di bello. Non agiografie, o buonismi. Se ci venisse mostrata una bellezza: qualcosa che appassiona e sveglia una tensione, u­na domanda. Incontrando gli artisti un mese fa Benedetto XVI ha ricor­dato Platone: secondo il quale la fun­zione essenziale della bellezza « con­siste nel comunicare all’uomo una sa­lutare scossa che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione». La bellezza risveglia, e mette in mo­to. Come in un bellissimo film di tre anni fa, ' Le vite degli altri' di Florian Henckel von Donnersmarck, dove un agente della polizia segreta della Ddr passa i suoi giorni a spiare e intercet­tare dei sospetti dissidenti. Ma pro­prio le loro speranze e la loro tensio­ne lo contagiano. L’agente non li de­nuncia, e abbandona il suo lavoro di aguzzino. Si sarebbe ben potuto fare un film semplicemente sulla crudeltà degli uomini della Stasi. Sarebbe stato rea­lista. Ma la storia della spia commos­sa dalla bellezza è ancora più realista: è la realtà, attraversata da una spe­ranza. Ciò che in fondo tutti doman­diamo. ( E quanto a successo non è andata male: Oscar per il miglior film straniero. La bellezza, gli uomini la ri­conoscono ancora).

lunedì 4 gennaio 2010

Angelus: come vivere la storia!

Che fatica se dovessimo seguire i nostri progetti , i nostri schemi! Per fortuna la storia è misteriosamente guidata dal Signore. Noi dobbiamo dire sì ,solo questo serve !!

La speranza in un Dio che condivide la storia dell'uomo
La vera speranza dell'uomo è fondata su Dio e non "su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti". Lo ha detto il Papa all'Angelus di domenica 3 gennaio, in piazza San Pietro. "Il 2010 - ha assicurato - sarà più o meno "buono" nella misura in cui ciascuno saprà collaborare con la grazia di Dio".



Cari fratelli e sorelle! In questa Domenica - seconda dopo il Natale e prima del nuovo anno - sono lieto di rinnovare a tutti il mio augurio di ogni bene nel Signore! I problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l'uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane. Di tale rivelazione ci parlano oggi, nella Liturgia eucaristica, tre letture bibliche di straordinaria ricchezza: il capitolo 24 del Libro del Siracide, l'inno che apre la Lettera agli Efesini di san Paolo e il prologo del Vangelo di Giovanni. Questi testi affermano che Dio è non soltanto creatore dell'universo - aspetto comune anche ad altre religioni - ma che è Padre, che "ci ha scelti prima della creazione del mondo ... predestinandoci ad essere per lui figli adottivi" (Ef 1, 4-5) e che per questo è arrivato fino al punto inconcepibile di farsi uomo: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14). Il mistero dell'Incarnazione della Parola di Dio è stato preparato nell'Antico Testamento, in particolare là dove la Sapienza divina si identifica con la Legge mosaica. Afferma infatti la stessa Sapienza: "Il creatore dell'universo mi fece piantare la tenda e mi disse: "Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele"" (Sir 24, 8). In Gesù Cristo, la Legge di Dio si è fatta testimonianza vivente, scritta nel cuore di un uomo in cui, per l'azione dello Spirito Santo, è presente corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr. Col 2, 9). Cari amici, questa è la vera ragione di speranza dell'umanità: la storia ha un senso, perché è "abitata" dalla Sapienza di Dio. E tuttavia, il disegno divino non si compie automaticamente, perché è un progetto d'amore, e l'amore genera libertà e chiede libertà. Il Regno di Dio viene certamente, anzi, è già presente nella storia e, grazie alla venuta di Cristo, ha già vinto la forza negativa del maligno. Ma ogni uomo e donna è responsabile di accoglierlo nella propria vita, giorno per giorno. Perciò, anche il 2010 sarà più o meno "buono" nella misura in cui ciascuno, secondo le proprie responsabilità, saprà collaborare con la grazia di Dio. Rivolgiamoci dunque alla Vergine Maria, per imparare da Lei questo atteggiamento spirituale. Il Figlio di Dio ha preso carne da Lei non senza il suo consenso. Ogni volta che il Signore vuole fare un passo avanti, insieme con noi, verso la "terra promessa", bussa prima al nostro cuore, attende, per così dire, il nostro "sì", nelle piccole come nelle grandi scelte. Ci aiuti Maria ad accogliere sempre la volontà di Dio, con umiltà e coraggio, perché anche le prove e le sofferenze della vita cooperino ad affrettare la venuta del suo Regno di giustizia e di pace. (©L'Osservatore Romano - 4-5 gennaio 2010)

venerdì 1 gennaio 2010

Omelia sulla Madre di Dio 2009:il Volto di Dio,dell'uomo, dell' ambiente

In questa omelia siamo stimolati dal Santo Padre a organizzare gerarchicamente la percezione della realtà per cogliere il criterio diremmo conoscitivo integrale per non tagliare fuori niente e non ridurre le cose e le persone .
Dal volto di Dio si procede alla comprensione dell'uomo .Da questo e dalla comprensione del suo valore a quello dell' ambiente in uno scambio bidirezionale continuo.
Interessante come sintesi di queste dinamiche conoscitive il termine che le sintetizza : Ecologia Umana;un termine per lo più operativo ,che riguarda il rispetto del creato in una prospettiva appunto creazionale.



Venerati Fratelli,illustri Signori e Signore,cari fratelli e sorelle!

Nel primo giorno del nuovo anno abbiamo la gioia e la grazia di celebrare la Santissima Madre di Dio e, al tempo stesso, la Giornata Mondiale della Pace. In entrambe le ricorrenze celebriamo Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e nostra vera pace! A tutti voi, che siete qui convenuti: Rappresentanti dei popoli del mondo, della Chiesa romana e universale, sacerdoti e fedeli; e a quanti sono collegati mediante la radio e la televisione, ripeto le parole dell’antica benedizione: il Signore rivolga a voi il suo volto e vi conceda la pace (cfr Nm 6,26). Proprio il tema del Volto e dei volti vorrei sviluppare oggi, alla luce della Parola di Dio - Volto di Dio e volti degli uomini - un tema che ci offre anche una chiave di lettura del problema della pace nel mondo.
Abbiamo ascoltato, sia nella prima lettura – tratta dal Libro dei Numeri – sia nel Salmo responsoriale, alcune espressioni che contengono la metafora del volto riferita a Dio: “Il Signore faccia risplendere per te il suo volto / e ti faccia grazia” (Nm 6,25); “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, / su di noi faccia splendere il suo volto; / perché si conosca sulla terra la tua via, / la tua salvezza fra tutte le genti” (Sal 66/67,2-3). Il volto è l’espressione per eccellenza della persona, ciò che la rende riconoscibile e da cui traspaiono sentimenti, pensieri, intenzioni del cuore. Dio, per sua natura, è invisibile, tuttavia la Bibbia applica anche a Lui questa immagine. Mostrare il volto è espressione della sua benevolenza, mentre il nasconderlo ne indica l’ira e lo sdegno. Il Libro dell’Esodo dice che “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico” (Es 33,11), e sempre a Mosè il Signore promette la sua vicinanza con una formula molto singolare: “Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo” (Es 33,14). I Salmi ci mostrano i credenti come coloro che cercano il volto di Dio (cfr Sal 26/27,8; 104/105,4) e che nel culto aspirano a vederlo (cfr Sal 42,3), e ci dicono che “gli uomini retti” lo “contempleranno” (Sal 10/11,7).
Tutto il racconto biblico si può leggere come progressivo svelamento del volto di Dio, fino a giungere alla sua piena manifestazione in Gesù Cristo. “Quando venne la pienezza del tempo – ci ha ricordato anche oggi l’apostolo Paolo – Dio mandò il suo Figlio” (Gal 4,4). E subito aggiunge: “nato da donna, nato sotto la legge”. Il volto di Dio ha preso un volto umano, lasciandosi vedere e riconoscere nel figlio della Vergine Maria, che per questo veneriamo con il titolo altissimo di “Madre di Dio”. Ella, che ha custodito nel suo cuore il segreto della divina maternità, è stata la prima a vedere il volto di Dio fatto uomo nel piccolo frutto del suo grembo. La madre ha un rapporto tutto speciale, unico e in qualche modo esclusivo con il figlio appena nato. Il primo volto che il bambino vede è quello della madre, e questo sguardo è decisivo per il suo rapporto con la vita, con se stesso, con gli altri, con Dio; è decisivo anche perché egli possa diventare un “figlio della pace” (Lc 10,6). Tra le molte tipologie di icone della Vergine Maria nella tradizione bizantina, vi è quella detta “della tenerezza”, che raffigura Gesù bambino con il viso appoggiato – guancia a guancia – a quello della Madre. Il Bambino guarda la Madre, e questa guarda noi, quasi a riflettere verso chi osserva, e prega, la tenerezza di Dio, discesa in Lei dal Cielo e incarnata in quel Figlio di uomo che porta in braccio. In questa icona mariana noi possiamo contemplare qualcosa di Dio stesso: un segno dell’amore ineffabile che lo ha spinto a “dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16). Ma quella stessa icona ci mostra anche, in Maria, il volto della Chiesa, che riflette su di noi e sul mondo intero la luce di Cristo, la Chiesa mediante la quale giunge ad ogni uomo la buona notizia: “Non sei più schiavo, ma figlio” (Gal 4,7) – come leggiamo ancora in san Paolo.
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Signori Ambasciatori, cari amici! Meditare sul mistero del volto di Dio e dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace. Questa, infatti, incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può garantire, per così dire, la “profondità” del volto dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano. La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. E’ una sorta di “risonanza”: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore. Più, invece, noi siamo abitati da Dio, e più siamo anche sensibili alla sua presenza in ciò che ci circonda: in tutte le creature, e specialmente negli altri uomini, benché a volte proprio il volto umano, segnato dalla durezza della vita e dal male, possa risultare difficile da apprezzare e da accogliere come epifania di Dio. A maggior ragione, dunque, per riconoscerci e rispettarci quali realmente siamo, cioè fratelli, abbiamo bisogno di riferirci al volto di un Padre comune, che tutti ci ama, malgrado i nostri limiti e i nostri errori.
Fin da piccoli, è importante essere educati al rispetto dell’altro, anche quando è differente da noi. Ormai è sempre più comune l’esperienza di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando ciò non avviene, i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare: una famiglia di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi bambini, e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un’innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente, giocano insiemeI volti dei bambini sono come un riflesso della visione di Dio sul mondo. Perché allora spegnere i loro sorrisi? Perché avvelenare i loro cuori? Purtroppo, l’icona della Madre di Dio della tenerezza trova il suo tragico contrario nelle dolorose immagini di tanti bambini e delle loro madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità: di fronte alla loro condizione inerme, crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo.
Il mio Messaggio per l’odierna XLIII Giornata Mondiale della Pace: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, si pone all’interno della prospettiva del volto di Dio e dei volti umani. Possiamo, infatti, affermare che l’uomo è capace di rispettare le creature nella misura in cui porta nel proprio spirito un senso pieno della vita, altrimenti sarà portato a disprezzare se stesso e ciò che lo circonda, a non avere rispetto dell’ambiente in cui vive, del creato. Chi sa riconoscere nel cosmo i riflessi del volto invisibile del Creatore, è portato ad avere maggiore amore per le creature, maggiore sensibilità per il loro valore simbolico. Specialmente il Libro dei Salmi è ricco di testimonianze di questo modo propriamente umano di relazionarsi con la natura: con il cielo, il mare, i monti, le colline, i fiumi, gli animali… “Quante sono le tue opere, Signore! – esclama il Salmista – / Le hai fatte tutte con saggezza; / la terra è piena delle tue creature” (Sal 104/103,24).
In particolare, la prospettiva del “volto” invita a soffermarsi su quella che, anche in questo Messaggio, ho chiamato “ecologia umana”. Vi è infatti un nesso strettissimo tra il rispetto dell’uomo e la salvaguardia del creato. “I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri” (ivi, 12). Se l’uomo si degrada, si degrada l’ambiente in cui vive; se la cultura tende verso un nichilismo, se non teorico, pratico, la natura non potrà non pagarne le conseguenze. Si può, in effetti, constatare un reciproco influsso tra volto dell’uomo e “volto” dell’ambiente: “quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio” (ibid.; cfr Enc. Caritas in veritate, 51). Rinnovo, pertanto, il mio appello ad investire sull’educazione, proponendosi come obiettivo, oltre alla necessaria trasmissione di nozioni tecnico-scientifiche, una più ampia e approfondita “responsabilità ecologica”, basata sul rispetto dell’uomo e dei suoi diritti e doveri fondamentali. Solo così l’impegno per l’ambiente può diventare veramente educazione alla pace e costruzione della pace.
Cari fratelli e sorelle, nel Tempo di Natale ricorre un Salmo che contiene, tra l’altro, anche un esempio stupendo di come la venuta di Dio trasfiguri il creato e provochi una specie di festa cosmica. Questo inno inizia con un invito universale alla lode: “Cantate al Signore un canto nuovo, / cantate al Signore, uomini di tutta la terra. / Cantate al Signore, benedite il suo nome” (Sal 95/96,1). Ma a un certo punto questo appello all’esultanza si estende a tutto il creato: “Gioiscano i cieli, esulti la terra, / risuoni il mare e quanto racchiude; / sia in festa la campagna e quanto contiene, / acclamino tutti gli alberi della foresta” (vv. 11-12). La festa della fede diventa festa dell’uomo e del creato: quella festa che a Natale si esprime anche mediante gli addobbi sugli alberi, per le strade, nelle case. Tutto rifiorisce perché Dio è apparso in mezzo a noi. La Vergine Madre mostra il Bambino Gesù ai pastori di Betlemme, che gioiscono e lodano il Signore (cfr Lc 2,20); la Chiesa rinnova il mistero per gli uomini di ogni generazione, mostra loro il volto di Dio, perché, con la sua benedizione, possano camminare sulla via della pace.

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